14 agosto 2018: sul ponte Morandi dopo il crollo, con gli occhi (e il cuore) di un Vigile del Fuoco

A due anni dal crollo del viadotto che è costato la vita a 43 persone, il racconto toccante di uno dei soccorritori in quei primi minuti. Una testimonianza lucida e profondamente emotiva raccolta in un libro scritto e pubblicato a ricordo di quell’immane tragedia, delle vittime e dei loro famigliari, di chi ha subito danni materiali e di tutti coloro che hanno operato per aiutare e tutelare la comunitàLe immagini inedite del crollo del ponte Morandi a Genova Le immagini inedite del crollo del ponte Morandi a Genova Le immagini inedite del crollo del ponte Morandi a Genova Le immagini inedite del crollo del ponte Morandi a Genova Le immagini inedite del crollo del ponte Morandi a Genova Le immagini inedite del crollo del ponte Morandi a Genova Le immagini inedite del crollo del ponte Morandi a Genova Le immagini inedite del crollo del ponte Morandi a Genova Le immagini inedite del crollo del ponte Morandi a Genova Le immagini inedite del crollo del ponte Morandi a Genova Le immagini inedite del crollo del ponte Morandi a Genova “Ecco, questo è uno di quei momenti particolari della vita, uno di quelli che mi accompagnerà per sempre, che né vorrò né potrò mai dimenticare , ma che con molta fatica dovrò superare normalizzando ciò che ho toccato con mano: il crollo del viadotto Morandi. Sono un pompiere, un pompiere operativo da ormai ventidue anni che ne ha viste tante e per di più sono un “pari”, uno che si è interessato e formato su come funziona il nostro lavoro anche a livello emotivo. Faccio parte di un team del Corpo Nazionale che supporta psicologicamente e moralmente i colleghi esposti a eventi di natura traumatica ma che vive anche in prima persona le loro stesse emozioni contrastanti.Oscillo come un pendolo tra l’essere un soccorritore e il poter diventare vittima dei traumi connessi al mio lavoro. Quel mattino, nonostante fossi preparato, il colpo è stato forte “.

(…)

“Giunti sul posto, scendiamo dal camion e ci guardiamo attorno. A un tratto, senza renderci conto, spinti verso il nostro obiettivo, ci ritroviamo a correre per un chilometro in galleria con indosso i nostri dpi (Dispositivi di Protezione Individuale) dal peso di circa venticinque chili, schivando vetture ferme, alcune girate in senso contrario, altre in movimento nel tentativo di fuga . Intorno a noi persone. Tante. Che con espressioni dubbiose ci domandano dove stessimo andando. Vedere un Vigile del Fuoco, professionista del soccorso, solitamente calmo di fronte a tragedie senza tempo, che corre appesantito da tutto quell’equipaggiamento, induce in chi lo guarda una preoccupazione aggiuntiva che va a sommarsi all’incertezza dovuta ai fatti appena accaduti. Arriviamo così alla fine della chilometrica galleria, poco più avanti… il baratro . La prima cosa che noto è il ponte, integro, con sopra gli automezzi. Alla punta estrema come incollato all’asfalto, nel grigiore di quella giornata, cattura la mia attenzione un camion verde, con la scritta «Basko» “.

(…)

“Poco distante, noto un uomo, in disparte, seduto a terra a bordo strada , sotto la pioggia insistente. È zuppo. Mi guarda fisso, credo senza vedermi. Il suo sguardo è perso nel vuoto. Mi avvicino in compagnia dei miei colleghi e mi inginocchio davanti a lui per farmi notare. Gli rivolgo la parola, con una domanda banale ma diretta, per stimolarlo e verificare così il suo stato. All’improvviso esordisce: «Sono l’autista del camion, sì… di quel camion! ». Intuendo la situazione, cerco di lasciarlo tranquillo un attimo, per poi interrogarlo nuovamente su quanto aveva visto. Ho la necessità di comprendere quanti automezzi fossero finiti nel torrente e quanto grave fosse la situazione sotto di noi. «C’era la coda come sempre» mi dice, «c’erano tantissimi mezzi, e io li ho visti cadere tutti, davanti ai miei occhi. Ho fermato il camion, ho preso le chiavi e sono corso via…» “.

(…)

“Le prime due immagini che ricordo come se fosse ieri, al nostro arrivo nei pressi del Polcevera dal lato ovest, sono i mastodontici resti del viadotto adagiati nel torrente e una distesa infinita di bottiglie d’acqua in plastica, piene, sulle quali il nostro mezzo quasi scivola. A prima vista, il ponte visto da sotto ha l’effetto di un pugno assestato in pieno viso . È una catastrofe: macerie ovunque, macchine, camion, effetti personali… disordine e caos. E l’altezza del moncone. Impressionante! Così spezzato che si staglia contro il cielo grigio, con la pioggia sempre copiosa “.

(…)

“Alle 19:30 è finita la nostra giornata lavorativa, se così possiamo definirla. Forzatamente ci hanno fatto rientrare in sede, sfiniti nel fisico e nel morale. Sulla nostra autopompa, noi cinque ci siamo guardati e abbiamo realizzato quanto fosse abnorme l’evento vissuto in questa giornata, una situazione che ci rimarrà fissa nella memoria per molto tempo, penso per sempre . Silenzio o piccoli commenti tecnici. Poca condivisione emotiva, per quella ci sarà tempo e luogo, ma non oggi “.

Questi brevi, drammatici  racconti sono estratti dal libro Ponte Morandi – il sesto senso di un soccorritore , edito dalla casa editrice Round Robin di Roma. Narra le storie di alcuni dei soccorritori che nei primi minuti dopo la tragedia sono intervenuti tra le macerie del Ponte Morandi di Genova, dopo le 11,36 del 14 agosto del 2018.

Il libro è stato pubblicato a quasi due anni dai fatti a ricordo dell’immane tragedia, delle vittime e dei loro famigliari, di tutti coloro che hanno subìto danni materiali e morali e delle donne e degli uomini che a qualsiasi titolo e ruolo hanno operato per la tutela della pubblica incolumità.

Non per nulla, l’autore è uno dei primi soccorritori a giungere sul luogo del disastro: il Vigile del Fuoco Alessandro Basile , coadiuvato nella stesura di questo racconto dall’amico Fabio Barbieri , coordinatore del progetto. «Insieme abbiamo raccontato la storia del Morandi vista con gli occhi del soccorritore, che non ha tempo di preoccuparsi di chi è la responsabilità del crollo, ma interviene, pronto e subito, perché il suo scopo è salvare», sottolinea Barbieri, che spiega di essersi occupato di questa vicenda perché, pur non essendo genovese, ha attraversato quel ponte tantissime volte e avrebbe potuto trovarsi ad attraversarlo anche quel giorno, se non fosse stato per la notizia che sarebbe diventato, di lì a poco, papà di due gemelle. «Sono rimasto sconvolto, sia per la tragedia avvenuta, che per quella scampata».

All’interno del libro – che riporta anche un’introduzione di Fabio Dattilo , Capo del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco – sono raccolte le testimonianze e i ricordi della prima chiamata d’emergenza, del tragitto, delle fasi operative ed infine del ritorno a casa di undici Vigili del Fuoco, donne e uomini, che hanno affrontato un’emergenza imprevista e non immaginata fino al momento in cui si sono trovati tra le macerie, nonchè di Zoe, il golden retriever del reparto cinofilo .

«Incontrando alcuni dei Vigili del Fuoco che sono intervenuti nel giorno del crollo ho toccato con mano le emozioni che hanno vissuto quel giorno : la routine dell’attesa nel turno viene improvvisamente rotta da una chiamata di emergenza, con notizie scarne al punto da non lasciar neppure presagire l’immane tragedia che da lì a qualche minuto li avrebbe fagocitati. Si attendevano, piuttosto, un normale intervento, tipico dei giorni di pioggia intensa a Genova», spiega Barbieri. «La visione del buco lasciato dal ponte caduto che diventava sempre più nitida e inevitabile con l’avanzare della camionetta, ha richiamato tutta l’adrenalina e il coraggio che serve a chi deve confrontarsi con l’ignoto. E poi lo scatto; la corsa veloce verso le macerie, nella polvere e nella pioggia, con addosso la tuta ingombrante, gli scarponi, trasportando il palanchino e la barella, che tuttavia non impediscono il movimento, perché ciò che corre per primo è il cuore e il resto del corpo lo segue . L’ansia di arrivare, di scavare e di scovare qualsiasi cosa ancora viva fosse intrappolata lì sotto… Avevo la pelle d’oca e i brividi, nel sentire questi racconti».

Ciò che è rimasto impresso di quei giorni drammatici è anche il profondo senso di riconoscenza, l’affetto dimostrato dai cittadini genovesi per i Vigili impegnati nel lavoro. «”Andate al bar e bevete qualcosa, mangiate e rifocillatevi, ragazzi, è tutto pagato da noi ” diceva uno degli abitanti di via Porro che, nonostante i disagi, era più preoccupato per loro che per sé», racconta Barbieri. «Questo perché i Vigili del Fuoco non predicano la fratellanza dell’uomo: la vivono. E i cittadini che li sentono vicini nella tragedia , che li vedono sporcarsi le mani nello stesso fango e nella stessa polvere, questo lo capiscono al volo. È stato così anche per me».

A due anni dalla tragedia e dopo pochi giorni dall’inaugurazione del nuovo Ponte San Giorgio «che ha chiuso “solo” il buco (la ferita) materiale lasciato dal crollo», il ruolo che questo libro può svolgere è «sia quello di non dimenticare l’immane tragedia, le vittime, i loro famigliari e tutti coloro che hanno subito danni materiali, sia quello di valorizzare la “ figura istituzionale” del Vigile del Fuoco e del suo ruolo ».

Perché come conclude Barbieri «non abbiamo parlato di qualità invincibili, tipiche dell’immaginario del pompiere senza paura: abbiamo parlato di fragilità umane, emozioni e spirito di servizio a favore della pubblica incolumità».

LEGGI ANCHE Ponte Morandi, le immagini del crollo mai viste

LEGGI ANCHE Il Natale con «gli occhi lucidi» delle famiglie del Ponte Morandi

LEGGI ANCHE Genova, dove un giorno cadde il cielohttps://www.vanityfair.it/news/approfondimenti/2020/08/13/14-agosto-2018-racconto-vigile-del-fuoco-crollo-ponte-morandi