A lezione di parkour con Fausto Vicari all’Art of Motion

A Matera, in occasione dell’evento internazionale di freerunning Art Of Motion 2019 di Red Bull, abbiamo incontrato il campione italiano della disciplina. Ecco la sua storia tra alienazione, amicizia e progettiRed Bull Art of Motion Red Bull Art of Motion Red Bull Art of Motion Red Bull Art of Motion Red Bull Art of Motion Red Bull Art of Motion Red Bull Art of Motion Red Bull Art of Motion Red Bull Art of Motion Red Bull Art of Motion Red Bull Art of Motion Red Bull Art of Motion L’aracnide che punse l’uomo ragno probabilmente aveva dentro di sé i geni del freerunning . Lo abbiamo appurato a Matera in occasione della gara Art of Motion di Red Bull dove i migliori atleti della scena internazionale di parkour si sono sfidati a suon di evoluzioni sui tetti della città eletta capitale della cultura 2019. I sassi bianchi hanno fatto da sfondo a un succedersi di salti, evoluzioni, trick che hanno esaltato tutto il pubblico accorso per osservare questi essere mitologici, metà scimmia e metà ragno, che riuscivano con disinvoltura a volare su terrazze e cornicioni.

Rincorsa, stacco, salto mortale. Così di continuo, in un succedersi di movimenti per passare dalla partenza all’arrivo, da un punto in alto a uno più in basso e in mezzo il fiato sospeso, lo scroscio di applausi, gli “oh gosh” . Arrivano da tutto il mondo, uomini e donne, che hanno cominciato saltando nei parchi della loro città per arrivare qui, all’appuntamento più importante di una disciplina che, anno dopo anno, diventa più popolare e che oggi in Italia è stata inserita nella Federazione Italiana di Ginnastica.

Tra questi atleti pazzeschi, c’è anche il nome di un azzurro, Fausto Vicari , l’unico in gara. 20 anni, siciliano di Catania, campione italiano Parkour 2019 ha conquistato la wild card per partecipare al prestigioso evento targato Red Bull e si è messo alla prova sul palcoscenico dei “grandi”. «Quello che avete visto sui tetti di Matera si chiama freerunning che si differenza dal parkour perché punta alla spettacolarità , mentre il secondo è incentrato sull’efficienza», ci spiega. «In un percorso che conduce da un punto A a un punto B se lo copri con il parkour fai una linea dritta e ci andrai nel modo più efficiente, veloce e fluido possibile mentre. Se invece fai del freerunning non farai una linea dritta, ma uno “scarabocchio” perché dovrai girarci attorno e fare delle evoluzione anche più spettacolari».

E il suo stile qual è?

«Per me il parkour dovrebbe essere un modo per liberarsi nell’ambiente. È uno sport giovane che si sta evolvendo e credo che il freerunning possa essere l’evoluzione stessa della disciplina. Io sono più portato per l’efficienza, ma mi alleno costantemente per migliorare il lato “artistico”».

Come hai iniziato?

«Come le cose migliori, è stato un caso successo 8 anni fa. Il figlio del mio maestro di ju jitsu mi parlava di questi pazzi che correvano tra i palazzi e la cosa mi ha affascinato subito. Avevo 12 anni, e facevo arti marziali da quando ne avevo almeno 7. Tornato a casa chiesi a mia madre di farmi un video mentre facevo un salto mortale e riguardandomi ho capito che avrei voluto fare quella roba lì. Per anni ho portato avanti le mie due passioni sportivi in parallelo».

C’è un legame tra le due discipline?

«Secondo me sì perché il parkour inizialmente si chiamava “arte dello spostamento” e ci sta che fosse legato alle arti marziali che sono una modalità per difendersi. Quella del saltare sulle strutture per raggiungere un punto nel minor tempo possibile rappresenta in un certo senso “l’arte dello scappare”, per spostarsi. Se nel combattimento ti difendi, con il parkour scappi».

Fino a che età si può saltare?

«Penso che lo si possa fare a qualsiasi età e in qualsiasi modo. In fondo è un approccio all’ambiente  circostante e stare in mezzo alla natura, all’aria aperta fa bene a corpo e mente».

Questo amore per il parkour l’ha presa subito quindi?

«A dirvi la verità, quando avevo 11 anni sbattei le ginocchia e mi lesionai menisco e crociato. Così i dottori mi dissero che non potevo fare sport, non avrei più corso né saltato perché secondo loro le mie gambe non erano geneticamente predisposte per questo tipo di attività. Mi sono detto “non ci credo”, ho continuato ad allenarmi e ora sono qui».

Dove si allenava?

«A casa di mio zio  un prato e mi allenavo lì o al parchetto del paese. Mi sono anche un po’ alienato per colpa di questo sport all’inizio».

In che senso?

«Tutti i miei coetanei volevano giocare a calcio, a pallavolo mentre io volevo fare un qualcosa che nessun altro faceva e spesso mi sono ritrovato solo. Non riuscivo ad appassionarmi degli sport degli altri e così mi mettevo a saltare. Per un anno mi sono allenato da solo, fino all’ossessione. Poi ho tirato in mezzo il mio migliore amico che ha cominciato ad allenarsi con me, in un certo senso gli ho cambiato la vita perché se no avrebbe fatto il pecoraio. Io alla fine sto realizzando i miei sogni e questo mi ripaga di tutto».

E oggi si allena ancora da solo?

«No, oggi ho degli allievi che si trovano con me al parco e mi seguono, vogliono saltare con me. In un certo senso, ho portato questo sport nel mio paese e fatto appassionare i mie concittadini».

Il gradiente di paura quanto conta?

«La paura accompagna sempre il nostro universo: come all’inizio ti può far paura eseguire una capriola all’indietro, più vai avanti e più questa paura resta tua compagna».

Cosa vede nel suo futuro?

«Mi piacerebbe fare scienze motorie, magari poi diventare professore di educazione fisica per non insegnare solo il calcio. Abbiamo dimenticato quello che davvero potremmo fare. Il parkour punta proprio a questo, tornare  farci prendere coscienza del nostro corpo e del suo movimento nello spazio».https://www.vanityfair.it/sport/storie-sport/2019/10/22/parkour-fausto-vicari-intervista