Addio a Mario Corso, il piede sinistro di Dio

Mancino, atipico, solitario. Vinse tutto con l’Inter di Helenio Herrera negli anni 60, fu il più elegante campione della sua generazione. Hanno fatto la storia le sue «Punizioni a foglia morta»Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Addio a Mario Corso Il piede sinistro di Dio, il più elegante, il più raffinato. Un poeta che negli anni ’60 ha declamato calcio, un solitario, un atipico che ha vissuto – anche in campo – in esilio sulla fascia sinistra. Se n’è andato Mario Corso, avrebbe compiuto 79 anni il prossimo 25 agosto, era ricoverato da giorni in ospedale.

Era veronese «tutto matto» come da definizione, nato a San Michele Extra, cresciuto nel dopoguerra, i primi calci nell’assolata campagna vicino a casa. Corso ha legato il suo nome all’Inter, alla Grande Inter di Helenio Herrera che negli anni Sessanta ha dettato legge in Italia e nel mondo, vincendo 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali. Apparteneva ad una razza eletta, Mariolino, come lo chiamavano compagni anche per via di una certa timidezza. La razza dei predestinati . Per il grande Gianni Brera, Corso era invece «Mandrake» ma anche appunto «Matto Birago».

Le sue «Punizioni a foglia morta», calciate di sinistro, in maniera quasi indolente ma definitiva, hanno segnato un’epoca e sono entrate nella storia del calcio. Erano una carezza, con il pallone che superava la barriera e si addormentava nell’angolino. Il pallone «cadeva» con la lenta pigrizia con cui una foglia si stacca dal ramo. Da qui, appunto: a foglia morta. Aveva imparato quel gesto da bimbo, in parrocchia, dove passava le sue giornate.

Corso si distingueva dai tanti campioni di quegli anni – parliamo dell’epoca di Mazzola e Rivera, Riva e Albertosi – per la moda dei calzettoni abbassati, «alla cacaiola», come il suo mito, Omar Sivori, l’argentino della Juventus che aveva fatto del piede sinistro la sua spada. A vederlo così – magro, le spalle cadenti, gli occhi stretti a fessura – sembrava tutto fuorché un giocatore. Un ragioniere, piuttosto. Un impiegato delle poste, un Travet. E invece Corso ha segnato con la sua differenza gli anni Sessanta del calcio italiano: i suoi dribbling erano messaggi lanciati nel mare della banalità.

Eppure non fu mai apprezzato fino in fondo. Troppo diverso da tutti, troppo atipico, troppo mosca bianca in un mondo di omologati. Se con l’Inter vinse tutto il possibile, con la nazionale italiana non ebbe uguale fortuna. Nel decennio 1961-1971 giocò soltanto 23 partite (con 4 reti). A fine carriera entrò anche nei quadri degli osservatori dell’Inter e allenò prima i ragazzi delle giovanili e poi la prima squadra, per una stagione appena, 1985-86. Nelle immagini in bianco e nero che circolano nel web in queste ore lo si vede caracollare, fintamente distratto, sembra stia pensando ad altro, invece – come i migliori prestigiatori – ha una carta nascosta da qualche parte, un tocco di classe da esibire, un colpo con cui carezzare il pallone che ancora un avvolta lascerà tutti a bocca aperta.

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