Andrea Marchesini Reggiani, l’outsider che crea lavoro per gli immigrati

Filosofo e imprenditore, ospite a TedxBologna, da anni è impegnato in progetti di inclusione, che possano offrire lavoro e opportunità ai richiedenti asilo e alle persone più svantaggiateAndrea Marchesini Reggiani e il laboratorio «Cartiera» Andrea Marchesini Reggiani e il laboratorio «Cartiera» Andrea Marchesini Reggiani e il laboratorio «Cartiera» Andrea Marchesini Reggiani e il laboratorio «Cartiera» Andrea Marchesini Reggiani e il laboratorio «Cartiera» Andrea Marchesini Reggiani e il laboratorio «Cartiera» Andrea Marchesini Reggiani e il laboratorio «Cartiera» Andrea Marchesini Reggiani e il laboratorio «Cartiera» Andrea Marchesini Reggiani e il laboratorio «Cartiera» In questa edizione di TedxBologna dedicata agli outside r, a coloro che sanno guidare gli altri oltre la realtà in cui si trovano, a coloro che rifiutano le convenzioni e sconfiggono l’esclusione con la creatività e che sanno trasformare la loro visione in concretezza, lui, Andrea Marchesini Reggiani , non poteva mancare. Laureato in Filosofia e Scienze della Formazione, dopo aver insegnato alcuni anni nella scuola secondaria, nel 1995 ha co-fondato la cooperativa Lai-momo , che opera nel settore dell’immigrazione e nella comunicazione sociale e interculturale, di cui è presidente. Nel 2013 ha poi co-fondato la cooperativa sociale Abantu , specializzata nei servizi per l’orientamento e l’inserimento professionale dei migranti e la mediazione linguistico-culturale. Non pago, nel 2016, ha creato anche il laboratorio Cartiera , che forma e impiega richiedenti asilo e persone svantaggiate nel mestiere della pelletteria porta avanti progetti legati alla moda etica e alla responsabilità sociale d’impresa.

Ci può raccontare meglio le attività che porta avanti con gli immigrati?

«Ci occupiamo di svariate attività legate all’immigrazione: dal supporto legale alla richiesta di asilo, dall’orientamento occupazionale ai corsi di lingua italiana. Lavoriamo anche con i migranti, in particolare con le donne: dal 2007 per conto di alcuni comuni nella provincia di Bologna gestiamo una rete di sportelli di informazione e orientamento a cui accedono circa 7.000 persone all’anno di circa 75 nazionalità diverse. In collaborazione con il progetto Ethical Fashion Initiative delle Nazioni Unite, con il finanziamento dell’UE, dal 2017 svolgiamo corsi di formazione per migranti nel campo della pelletteria e sartoria artigianale e della gestione di microimpresa. Convinti che il lavoro regolare rappresenti uno strumento fondamentale per l’autonomia e l’inclusione, abbiamo creato nel 2017 Cartiera, un laboratorio di moda etica che impiega ora una decina di persone in condizione di svantaggio, principalmente rifugiati e richiedenti asilo. Insieme a partner di 5 altri Paesi europei la cooperativa Lai-momo sta poi elaborando dei corsi sulle competenze digitali rivolti a persone a rischio di esclusione lavorativa, come i richiedenti asilo e i NEET, mentre, dal punto di vista delle aziende, stiamo lavorando sulla formazione di datori/datrici di lavoro, consulenti e responsabili di risorse umane, sull’impiego di personale straniero, che oggi in Italia costituisce il 10,6% della forza lavoro, percentuale che arriva al 18 nel settore agricolo, secondo i dati 2019 del Ministero del Lavoro. Lavoriamo molto sulla comunicazione e sensibilizzazione relativa alla presenza dei migranti, spesso in progetti internazionali, con laboratori di educazione al dialogo interculturale nelle scuole e altri progetti di ricerca e cooperazione culturale. Per esempio la rivista Africa e Mediterraneo sta producendo un dossier sul Corno d’Africa, un’area difficile ma molto interessante per sviluppi futuri, a partire dalla storica pace tra Etiopia ed Eritrea».

Quali sono le problematicità burocratiche più difficili da superare quando si lavora con gli immigrati?

«I richiedenti asilo sono titolari di “permesso di soggiorno per richiesta di asilo”, e pertanto possono lavorare regolarmente, ma i tempi per ottenere la risposta spesso lunghissimi, spesso di alcuni anni e questo li mantiene in una condizione di insicurezza e instabilità, così come i consueti ritardi nei rinnovi che periodicamente sono da fare. Questo si aggiunge al grandissimo peso di adempimenti burocratici a cui tutte le imprese devono sottostare. In più durante il periodo di pandemia, il laboratorio Cartiera ha dovuto chiudere e la ripresa come per tutti è stata complessa».

In quello che fa lei, qual è il confine tra charity e lavoro?

«Ciò che noi facciamo è diverso dal concetto di beneficienza: cerchiamo di creare posti di lavoro che permettano alle persone di non averne bisogno, il nostro obiettivo principale è portare le persone che sono ai margini a prendere parte attiva alla comunità. In che modo? Creando posti di lavoro regolare e qualificato, promuovendo formazioni professionali specifiche, investendo nel nostro territorio. Per questo abbiamo lanciato lo scorso 20 giugno, in occasione della Giornata Internazionale del Rifugiato, la campagna Il lavoro conta , dedicata al lavoro regolare come fattore essenziale per garantire la dignità delle persone. Il pubblico può sostenere la campagna acquistando una “bolgetta ”, una piccola borsa in pelle riciclata di vari colori con impresso dentro lo slogan “Il lavoro conta”. Insomma, per noi l’occupazione è un chiodo fisso, la consideriamo uno strumento essenziale per promuovere l’autonomia e l’indipendenza delle persone. A questo proposito, vorrei citare lo slogan di Ethical Fashion Initiative, di cui come ho detto siamo partner: “not charity, just work”».

L’immigrazione è ormai un dato di fatto strutturale, quale sarebbe la strategia di accoglienza migliore secondo lei?

«Il tema è molto complesso. Spesso l’attività dell’accoglienza è travolta dall’urgenza del fare quotidiano e dalla “necessità” di accogliere, in tutti i suoi significati contemporaneamente presenti: “cogliere”, “ricevere”, “accettare”, “contenere”. Allora il rischio di perdere di vista dove ci si trova è alto. Fare accoglienza significa fare lo sforzo di mediare, facilitare la comprensione, promuovere lo sguardo critico e fornire strumenti di conoscenza a tutti i soggetti coinvolti: le pubbliche amministrazioni, il sistema dei servizi (scuola, sanità, sociale), il volontariato locale e le singole persone. Si tratta, quindi, non solo di accogliere i richiedenti asilo e i rifugiati, ma anche gli

altri cittadini e cittadine che vivono nel territorio, tenere conto delle paure, dei pregiudizi, delle difficoltà socio-economiche e della crisi del sistema del welfare in cui ci troviamo. Sono molto efficaci i progetti che si rivolgono a tutti coloro, sia italiani sia stranieri, che vivono in condizione di disagio sociale, abitativo, culturale. Trovo comunque fondamentale investire sulle capacità e sulla motivazione delle persone accolte sostenendo il loro inserimento lavorativo, condizione essenziale per partecipare pienamente alla comunità in cui vivono».

Se un immigrato cerca lavoro, quali sono i primi passi che deve fare?

«In termini generali, credo che il primo passo necessario sia certamente l’apprendimento dell’Italiano. La conoscenza della lingua è fondamentale per orientarsi nella ricerca di un’occupazione, per leggere gli annunci e sostenere un colloquio di lavoro. Anche dopo l’assunzione è necessario per la comunicazione con il datore di lavoro e con i colleghi, ma anche per comprendere al meglio i propri diritti e le proprie mansioni. La scelta di seguire un corso di formazione professionale specifico è un’altra strategia molto utile. Per questioni di necessità, spesso i rifugiati e richiedenti asilo presenti sul territorio si trovano costretti ad accettare posizioni precarie, irregolari, talvolta pericolose e poco retribuite. Acquisendo competenze specifiche, la persona può ambire a un mestiere regolare, qualificato e che gli dia maggiori garanzie, superando così il pregiudizio che relega i migranti a lavori non qualificati. Fatta eccezione per questi consigli di carattere generale, ricordiamo che quando parliamo di immigrati parliamo di persone, persone con storie di vita diverse, così come diverse sono le strade che potranno percorrere a seconda della loro volontà e delle loro capacità».

Ci racconta una storia a lieto fine di uno dei ragazzi immigrati che ha incontrato?

«Bassirou è un ragazzo scappato dal Burkina Faso nel 2015, ha passato un brutto periodo in Libia prima di riuscire a partire. Appena arrivato sulle coste italiane era sotto shock, era sfiduciato e prevenuto nei confronti delle altre persone. Dopo un primo difficile periodo in accoglienza, ha avuto l’opportunità di seguire un corso di formazione nel nostro laboratorio di pelletteria e di imparare la lingua. Ha conosciuto persone nel Comune di Marzabotto, ha iniziato a fare teatro, ha conosciuto altri giovani ed è entrato a far parte della comunità. Terminata la formazione, è stato il primo artigiano assunto dal progetto Cartiera. Ha conseguito il diploma di terza media frequentando corsi serali e ora sta studiando per la maturità».

Come, quando e perché si è avvicinato a questo lavoro?

«Nel 1995 ho co-fondato la cooperativa Lai-momo assieme a un gruppo di insegnanti e ricercatori interessati al lavoro della rivista Africa e Mediterraneo , e a lavorare sulla diversità culturale che la presenza dei migranti cominciava a produrre nella società italiana. L’educazione interculturale nelle scuole mi interessava molto, e abbiamo realizzato diversi progetti, un po’ da pionieri in quegli anni 90, prendendo ispirazione anche dal confronto con altri paesi come la Francia e il Belgio».

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