Barbara Chichiarelli: «La voglia di essere felice, tra Favolacce e buchi neri»

Protagonista di serie come «Suburra» e di film come «La dea fortuna», Barbara Chichiarelli si gode il successo di «Favolacce», opera seconda dei fratelli D’Innocenzo che arriva sulle piattaforme digitali dopo aver conquistato l’Orso d’argento al Festival di Berlino. Dai primi passi nel mondo dello spettacolo al desiderio di essere felice («e non di vincere un Oscar»), ecco cosa ci ha raccontatoBarbara Chichiarelli Barbara Chichiarelli Barbara Chichiarelli Barbara Chichiarelli Prima che l’emergenza coronavirus chiudesse le sale e gettasse il mondo del cinema nell’incertezza, Barbara Chichiarelli la sua favola è riuscita a godersela un attimo prima che il lockdown diventasse operativo, in un tempo lontano in cui i red carpet erano affollati e non c’era il bisogno di mantenere le distanze. A febbraio, infatti, Barbara era alla settantesima edizione della Berlinale per presentare Favolacce , il film dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo che ha vinto l’Orso d’argento per la Migliore Sceneggiatura e che la vede nel ruolo di Dalila , la protagonista femminile. La pellicola, che ha radunato il benestare della critica internazionale e che arriva direttamente in streaming sulle principali piattaforme digitali, da Chili a Sky Primafila, racconta la disfunzionalità di certe famiglie della periferia romana concentrandosi sul rapporto tra i genitori e i figli, tra coloro che dovrebbero dare l’esempio e i piccoli che, nel bene e nel male, conservano il riflesso delle azioni di chi li mette al mondo.

«Quando mi proposero la sceneggiatura mi ero subito resa conto che era qualcosa di particolare, e Berlino è stata la conferma di questa mia suggestione» spiega Barbara al telefono poco prima dell’ora di pranzo, con la voce carica di entusiasmo e custode di un’inconfondibile cadenza romana. Nata nel quartiere Aurelia, muove i primi passi nel teatro per poi trovare la popolarità in serie come Suburra , la prima produzione originale italiana di Netflix nella quale presta il volto a Livia Adami , e in film come La dea fortuna di Ferzan Özpetek. La quarantena non è stata per Chichiarelli un’occasione per trastullarsi ma, anzi, per impiegare il tempo e le energie in un progetto nel quale crede e che spera presto di trasformare in realtà, nella «favola» che meriterebbe.

A cosa ha lavorato durante la quarantena?

«All’inizio mi sono messa a leggere, perché avevo bisogno di capire dove stava andando il mondo, e poi, quasi per gioco, mi sono lanciata nella scrittura. Con un mio collega abbiamo scritto il soggetto per un film che doveva essere la nostra alternativa alle dirette su Instagram e alle Skype Call: eravamo partiti con un corto, ma poi la cosa ci è sfuggita di mano ed è diventato il soggetto per un lungometraggio. Scrivendo per sette ore al giorno per più di un mese e mezzo forse era inevitabile».

Lo ha già proposto?

«In maniera molto cauta. È un misto tra soggetto e trattamento: non essendo degli scrittori professionisti, ci è venuto fuori un ibrido di 37 cartelle».

Intanto si gode il successo di Favolacce , che non è arrivato al cinema ma che le ha permesso di partecipare al Festival di Berlino. Com’è andata?

«Era il mio primo festival internazionale e, chiaramente, ero emozionatissima e agitatissima. È stato tutto molto serrato, due giorni e mezzo di appuntamenti e interviste che ho iniziato a processare dopo, una volta tornata in Italia. Stare lì è stata un’emozione enorme, vedere tutte quelle persone ancora vicine che applaudivano, ti baciavano e ti abbracciavano. Spero che Berlino sia il primo di tanti altri festival».

Pensa a qualcuno in particolare?

«Non essendoci mai stata, vorrei partecipare a tutti. Se uno ci va da spettatore non capisce fino in fondo l’organizzazione che c’è dietro, la macchina da guerra che è».

I festival portano anche ai premi. Lei ci pensa?

«Mi ritengo abbastanza soddisfatta della mia carriera, quindi il premio sarebbe un suggello a tutto ciò, un qualcosa in più che non è, però, fondamentale per andare avanti. Dietro a ogni premio, poi, ci sono certe politiche e certi meccanismi molto particolari, basti pensare alla barzelletta di Leonardo DiCaprio, che fa comunque parte di uno star-system, quello americano, molto più forte del nostro».

In America lavorerebbe?

«Non mi metto mai dei paletti prima che me li mettano gli altri. Sono un po’ fatalista in questo: se deve capitare, capiterà».

Registi preferiti?

«Lanthimos è uno dei più interessanti, ma anche Lars von Trier, nonostante sia una persona complicata e poco trasparente. Poi, certo, ci sarebbero anche Clint Eastwood, Wim Wenders e Paul Thomas Anderson, senza dimenticare Xavier Dolan, che piace un po’ a tutti. In Italia, a parte i fratelli D’Innocenzo con i quali volevo collaborare, mi piacciono molto anche Garrone, Vicari, e Luchetti, persone che si sono distinte per la loro originalità».

In Favolacce presta il volto a una madre apatica e un po’ inetta: da dove è partita per interpretarla?

«Dal testo, che mi ha subito fatto avere un’idea di come potesse essere questa donna. Poi si passa ai vestiti e al corpo che scegli di avere: immagini che il personaggio sia muscoloso o non muscoloso, dritto o gobbo, e, a completare il tutto, oltre al trucco e al parrucco, c’è il set, tutto si inventa lì».

Il film si concentra sul rapporto tra genitori e figli: lei che figlia è stata?

«Molto obbediente, ma con un bel carattere: non ero una bambina né timida né riservata, ma avevo sempre le idee molto chiare sulle cose. Questa cosa dell’obbedienza credo che sia la responsabilità e la condanna dei primogeniti».

Le idee chiare le aveva anche sul diventare attrice?

«È una cosa che ho sempre fatto fin da piccola, costringendo i miei genitori a iscrivermi a tutti i corsi di teatro, dalle elementari al liceo. Poi ho capito che la mia non era solo una passione e che volevo che diventasse il mio lavoro: ho iniziato l’università che, però, non ho mai finito per frequentare la Silvio D’Amico. In quell’occasione feci uno stage di due giorni e capii che non volevo stare dietro a una scrivania per tutta la vita. Mio padre allora mi disse: “va bene ma, se proprio vuoi farlo, fallo da professionista”. Quel consiglio mi fece scattare, sapevo che non mi sarei dovuta accontentare di qualcosa di amatoriale e ce l’ho messa tutta, ho studiato tanto e, anche se sono entrata tardi nel mondo professionistico, non rimpiango nulla».

Mai avuto un piano B?

«Non me lo sono mai chiesto. Sono una donna che si adatta a varie situazioni e che non si è mai preclusa nulla, compresa la possibilità di tornare a studiare».

Ha mai avuto un momento «favolaccia» nella sua vita?

«Forse in quei periodi nei quali mi deprimevo perché non vedevo la luce, nel passaggio tra le varie scuole che ho frequentato, nella transizione tra una fase e l’altra. Per fortuna ho sempre avuto la possibilità di scoprire cose nuove e di misurarmi con altre energie: non dico di essere ottimista ma di sicuro, se finisco in un buco nero, trovo sempre il modo per uscirne velocemente».

Sul futuro dell’industria, invece, si sente ottimista?

«Mediamente ottimista e molto cauta. Penso che ci voglia un attimo di silenzio: è presto per dire ciò che accadrà. La speranza che ho è che le persone si rendano conto che l’industria dei sogni è qualcosa di necessario all’essere umano. Magari ci saranno altri modi e altri luoghi e si faranno i film in altre condizioni, ma l’importante è essere flessibili sperando che la ripartenza crei maggiori opportunità di lavoro e di confronto, anche grazie alle piattaforme».

Alcuni suoi colleghi dicono che il bello di questa fase è non farsi più la guerra per i provini: è d’accordo?

«Non sono mai stata competitiva perché spiana la strada all’invidia, che è un sentimento nocivo e autodistruttivo. C’è spazio per tutti e, forse, è anche una questione di obiettivi. Il mio non è vincere l’Oscar, ma essere felice: è questo che mi toglie dalla spirale negativa dell’angoscia e della negatività. Faccio un lavoro che amo e che, al momento, vedo come un’unica strada da percorrere, il resto chissà».

(Foto in apertura di Giulia Ronci e Alessandro Rocchi, @SIMONE Belli Make Up)

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