Camminare, la grande libertà

Camminare come totalità dell’esperienza di noi stessi, come atto innato di libertà. Lo scrittore Davide Sapienza ci accompagna in un viaggio in cui il canto libero della pische diventa presenza nello spazio, movimento e asserzione di séAldilà dei limiti del pensiero. Aldilà degli steccati sociali. Aldilà delle norme. Aldilà, dove arriva la percezione , dove i sensi ci hanno condotto nel lungo cammino della nostra specie. Aldilà, dove abbiamo solo l’orizzonte che fluttua, irraggiungibile e perciò affascinante. Ebbene «là» troviamo il luogo concreto della libertà , così ben rappresentato dal camminare, caratterizzato dall’essenza più vera e profonda di ogni individuo, dei suoi sogni, delle sue aspirazioni. Per questo aldilà ci battiamo, nel quotidiano sforzo di vivere per travalicare la mera lotta per la sopravvivenza, alla quale ci vogliono ridurre i paradigmi di epoche sempre più frenetiche, superficiali, consumistiche, disumanizzanti. Perché camminare è la grande libertà, non un algoritmo. Dunque anche noi siamo una grande libertà, non un algoritmo.

Essere capaci di coesistere in una comunità, lì dove ci giochiamo il nostro destino personale, significa essere capaci di intrecciare cammini, percepire la forza che interagisce con l’energia vitale degli altri e dotata di una voce che sembra dire, «cammino perché sono libero e sono libero perché cammino» . Questo è il canto libero che si propaga dalla nostra psiche e che per potersi esprimere deve trovare spazio. Uno spazio che esiste e che è di tutti ma che sempre più i sistemi complessi – ma senza fisicità – della nostra contemporaneità vogliono delimitare e dominare, costringendoci in ambiti dalle pareti invisibili. Per questo camminare è la grande libertà: percezione dello spazio, misura del nostro percorso di vita.

Da piccoli umani ci dedichiamo alla ricerca dei primi passi. Proviamo ad alzarci di continuo. Vogliamo sempre vedere aldilà. Ci proiettiamo verso un orizzonte, vediamo chi sta intorno a noi, che può andare dove vuole. Meraviglia! Vediamo la porta dell’orizzonte e vogliamo aprirla, come se già sapessimo che quella è la retta via per diventare noi stessi, liberi viandanti del mondo. Poi, il momento fatidico arriva: ci alziamo. Qualche passo incerto, il sorriso e lo sforzo, infine il segreto della vita: l’equilibrio . E via. Avvertendo quel brivido che si riverbera dal nostro organismo, comprendiamo con il corpo di essere più vicini all’indipendenza. Da piccoli spesso osserviamo quelle due piccole strutture anatomiche, lì in basso a contatto con il terreno, i piedi. I piedi sono molto intelligenti, non a caso le nostre terminazioni nervose e le articolazioni che si concentrano laggiù in un volume così ristretto, sono fondamentali e saranno i nostri compagni di vita per milioni e milioni di passi durante il grande viaggio libero.

Solo camminando potremo fare esperienza della libertà, concetto astratto se descritto da seduti, realtà concreta se praticata . Poi cresciamo e la diabolica comodità di spostarci con mezzi meccanici – il cui funzionamento è antitetico alla meccanica del nostro corpo – ci ha conquistato. Lentamente, ciò che per millenni aveva regolato il nostro rapporto con il mondo si è trasfigurato in astrazioni che non hanno favorito il nostro organismo, al contrario, lo hanno mortificato e ancora lo mortificano. Pensandoci bene, è ciò che continuiamo a fare alla Terra: mortificandone gli sforzi di tenerci nella sua comunità.

Camminare può essere faticoso, proprio come vivere. Ma camminare, come vivere, è un atto libero da qualsiasi dipendenza. I piedi ci possono condurre ovunque. La loro intelligenza primordiale sa trasformare gli impulsi del corpo in immagini della mente, mappe, memoria, conoscenza, un percorso in continuo cambiamento che ci attraversa dallo sguardo attivando i nostri sensi, raffinando la nostra percezione. Più tutto questo è vivo, più siamo liberi. La specie umana non può sostituire la prossimità corporea, la permanenza, l’adesione alla Terra: è un dato biologico, occorre dare spazio al proprio respiro per calibrarsi con ciò che ci circonda, per arrivare a quella formidabile sensazione di comprendere la vastità del mondo e del nostro posto nella sua immensità .

Nel 2020, proprio dall’Italia è avvenuto un fatto che ha coniugato camminare e libertà a livello collettivo. Il 26 gennaio, in Lessinia, nel veronese, circa settemila persone hanno marciato sulla rada neve silenziosamente, senza bandiere . Non ne avevano bisogno, si sentivano un tutt’uno con la Terra, chiedevano di fermare un progetto sbagliato, la riduzione della superficie del parco regionale istituito nel 1990. Provenienti da tutta Italia e con l’appoggio di oltre 120 associazioni, hanno risposto camminando a una decisione sbagliata . Quei quattordicimila piedi, intelligenti, visionari, camminavano per affermare che ogni essere umano deve essere libero di viaggiare a piedi sul territorio e che il territorio è di tutti.

È il diritto di ogni uomo, sancito per legge in Svezia e Norvegia con il nome di Allemannseretten : nessuno può impedire a qualcuno di attraversare un territorio . È un valore chiave, che con il restringersi dei nostri spazi quotidiani, ha condotto da una parte alla crescita esponenziale del numero di persone che viaggiano a piedi , ma dall’altra all’impoverimento dell’esperienza del rapporto tra la geografia, la mente e il corpo: sempre più impianti di risalita, sempre più navette per evitare bellissime tratte a piedi, sempre più “accessibilità” spesso nascosta dietro la scusa dei “sentieri per tutti”, magari a fianco di sentieri che già sono per tutti. Liberi di essere percorsi da ognuno di noi .

Quando sono tornato a camminare dopo settimane di lockdown, ho capito quanto si dia per scontata la libertà e che mentre la diamo per scontata, rischiamo di vederla erodere e trasformata in una parola vuota. Lo stesso accade quando diamo per scontato l’amore delle persone care. Invece, con la democrazia del camminare, potremo sempre essere comunità . Perché come dice Rebecca Solnit, «il camminare non si appunta sulle linee di confine delle proprietà che tagliano a pezzi i terreni, ma sui sentieri come sono, come una sorta di sistema circolatorio che collega l’intero organismo. Il camminare, in tal senso, è l’antitesi del possedere». La grande libertà è una presa di coscienza: essere, invece di avere. Camminare è la totalità dell’esperienza di noi stessi.https://www.vanityfair.it/viaggi-traveller/notizie-viaggio/2020/06/14/camminare-la-grande-liberta-filosofica-del-cammino