Chi è Gattuso, il volto bello del calcio post-pandemia

Piace a tutti, tifosi del Napoli e non. Piace per il suo spirito battagliero, la schiena dritta, i valori profondi. A 42 anni – con la Coppa Italia – ha vinto il suo primo trofeo da allenatore. La sua storia, i suoi segretiGattuso Re di Coppa Gattuso Re di Coppa Gattuso Re di Coppa Gattuso Re di Coppa Gattuso Re di Coppa Gattuso Re di Coppa Gattuso Re di Coppa Gattuso Re di Coppa Gattuso Re di Coppa Gattuso Re di Coppa Gattuso Re di Coppa Gattuso Re di Coppa Gattuso Re di Coppa Gattuso Re di Coppa Gattuso Re di Coppa Gattuso Re di Coppa Il calcio italiano che è appena uscito dal lockdown ha consegnato al Napoli di Rino Gattuso il suo primo trofeo, la Coppa Italia. C’è qualcosa di simbolico nel fatto che sia proprio il popolare «Ringhio» a prendersi la prima scena illuminata nel post-pandemia, che sia lui – con la sua storia, la sua trasversalità (è apprezzato da tutto l’emiciclo pallonaro), la traccia di un dolore fortissimo (pochi giorni fa ha perso la sorella) – ad essere l’uomo del momento. Un uomo che si fa carico anche delle responsabilità di tutti i tifosi, quelli del Napoli e gli altri; un uomo la cui lealtà è riconosciuta senza infingimenti . Ed è stato bello notare che anche sui social – territorio solitamente scivoloso e dove il veleno è gratuito – a Gattuso siano arrivati solo elogi.

Non aveva vinto nulla, il buon Ringhio. Nulla fino all’altra sera, quando nell’Olimpico vuoto e colorato da assurdi pixel, ha imbrigliato la fantasia di Cristiano Ronaldo e ha smontato la Juventus, in una finale che resterà nella storia non solo per la sua conclusione (ai rigori) ma sopratutto per il suo sviluppo, per quell’incedere faticoso verso il 90°, come se tutti – calciatori in campo e spettatori in divano – non vedessero l’ora di chiudere la pratica senza danni. A 42 anni Gattuso si è preso la rivincita, dopo una lunga rincorsa da allenatore, cominciata alla perferia del calcio, tra Pisa e Grecia, tra serie B e C, e proseguita non senza fatica anche quando è tornato a casa, alla casa del suo Milan, la squadra a cui ha legato praticamente tutta la carriera da calciatore.

Di «Ringhio» abbiamo tutti una prospettiva falsata, a fregarlo è il «phisique du role», il «pane al pane e vino al vino», l’aria da duro, la grinta come cifra esistenziale come quando – da mediano – faceva del «tackle» lo strumento del suo mestiere. E invece – in quella che a Napoli chiamano già «Rino Revolution» – si sta dimostrando un allenatore preparato, credibile e – eccolo il salto di qualità – finalmente vincente. Non ha avuto paura – Gattuso – di pescare nel passato, nel vecchio caro calcio all’italiana, nel famoso «catenaccio», per trasformare un Napoli indubbiamente più debole delle avversarie incontrate tra semifinale e finale di Coppa Italia (Inter e Juventus) in una squadra solida e aggressiva, ma anche capace di gestire le varie fasi della partita.

Ha vinto, rimanendo se stesso. L’umiltà è sempre stata il piedistallo della sua carriera. Dopo i primi trionfi da calciatore col Milan disse: «Rivera resta la Gioconda del calcio, io invece sono soltanto la brutta copia della Gioconda, di quelle che i vu cumprà vendono in spiaggia». E’ persino giusto che sia lui a vincere il primo trofeo del «Calcio al tempo del Coronavirus», in questi giorni sospesi e incerti, lui con il suo spirito battagliero, la forza di chi non si arrende, la tenacia di chi sa che dovrà faticare, perché nessuna fatica e nessun sogno sono mai sprecati. Di sé ha sempre detto: «Io sono quello che la gente vede: senza filtri né maschere». Rino Gattuso, un uomo tutto d’un pezzo che ha firmato un pezzo (importante) della storia del Napoli.https://www.vanityfair.it/sport/calcio/2020/06/20/chi-e-gattuso-il-volto-bello-del-calcio-post-pandemia