Come cambia l’Italia: via dai centri urbani, si lavora con vista mare e monti

La discussione su turismo di prossimità e smart working, innescata dalla pandemia da Covid-19, può davvero cambiare il modo degli italiani di fare vacanza e lavorare? Secondo il movimento South Working- Lavorare dal Sud, sì. Ecco cosa succederebbe se, anche alle fine dell’emergenza, molte persone rimanessero nei luoghi di origine.Quando saranno terminati, ricorderemo questi tempi pandemici anche per essere riusciti nell’impresa di tenere gli italiani a casa, non solo nel senso letterale del termine, ma anche in quello, di recente battesimo, legato al turismo di prossimità, formula che questa estate ci ha fatto riscoprire i nostri borghi. Cosa succederebbe però se queste dinamiche – unite a quelle sempre più attuali legate allo smart working in Italia – si trasformassero da fenomeno contingente a realtà duratura nel nostro paese?

La pandemia ha avuto il merito, se così si può dire, di riportare nel cuore del dibattito pubblico nostrano il lavoro agile e le enormi conseguenze che esso può avere sulle persone e sull’economia turistica del nostro paese. Pochi dati, giusto per inquadrare la questione: prima dello scorso febbraio erano solo una manciata – il 5% – i dipendenti italiani abilitati a lavorare da casa in smart working, contro il 12% della Germania, il 27% del Regno Unito e il 37% della Svezia e dei Paesi Bassi. Dopo la fase acuta della pandemia, solo il 34% dei lavoratori del Regno Unito è tornato fisicamente in ufficio almeno un giorno a settimana, contro il 70-75% di Italia e Germania. Secondo alcuni osservatori internazionali questi numeri sono solo il preludio di un fenomeno di massa che porterà inesorabilmente a far schizzare verso l’alto il numero dei lavoratori a distanza, persino nell’Europa meridionale. Ne è convinto ad esempio The Economist – che con un po’ di enfasi tipica della stampa anglosassone – in un articolo del 30 maggio intitolato Working life has entered a new era ha definito la pandemia da Covid-19 come uno spartiacque alla stregua della morte di Cristo, inaugurando la dicitura BC (before coronavirus ) e AD (after domestication ).

Come cambierebbe l’Italia se questa “nuova logistica nazionale ” creata con forza dal virus riuscisse nel medio-lungo termine se non ad infrangere, quantomeno ad intaccare l’attuale tessuto socio-economico italiano? Si pensi a quello che potrebbe accadere a livello turistico. Al momento (o meglio, prima della pandemia), l’Italia e buona parte del resto del mondo erano in pieno overtourism , termine con cui si indica l’eccesso di turismo in determinati luoghi nei medesimi periodi, un fenomeno largamente studiato per le conseguenze negative che provoca sia ai turisti stessi che ai luoghi visitati. Se, con l’avanzata del lavoro agile, si andasse gradualmente a ridurre il numero delle persone che vivono stabilmente nei centri agglomerati a favore delle periferie e dei tanti, tantissimi meravigliosi borghi italiani, si instaurerebbe un circolo (vizioso per alcuni, virtuoso per altri) che provocherebbe conseguenze di rilievo per i grandi assembrati urbani: calo dei prezzi , riduzione degli spazi privati oggi affidati ad Airbnb , minore turistificazione dei centri storici. Più o meno quello che sta accadendo oggi in tutte le nostre città turistiche di punta. Due esempi su tutti: a Milano , prima della pandemia, circolavano tre milioni di persone al giorno, oggi la città è dei milanesi (di recente il sindaco Sala ha affermato: «basta smart working, è il momento di tornare in ufficio », ricevendo numerose critiche); a Bologna, città in cui il turismo è esploso negli ultimi anni e che sugli studenti fuorisede ha costruito un’economia, oggi si respira un vento d’attesa e anche un po’ di paura.

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La discussione sulla de-urbanizzazione ha avuto nelle ultime settimane un ulteriore ascesa grazie – forse non è un caso in un paese in cui la dicotomia Nord-Sud è pressoché quotidiana – ai ragazzi di Global Shapers Palermo Hub , community del sud Italia formata da giovani tra i 20 e i 29 anni, che condividono lo spirito del Word Economic Forum, la Fondazione senza scopo di lucro nata a Ginevra nel ’71 per migliorare le condizioni del mondo. Sono stati loro a mettere un cappello formale al dibattito lanciando il movimento South Working- Lavorare dal Sud . La domanda che stanno portando alla ribalta è: siamo davvero sicuri che non sia possibile per un grande numero di persone – secondo gli ultimi dati Svimez in 15 anni, 2 milioni di giovani laureati e lavoratori si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Nord Italia – lavorare per multinazionali con sede al nord o all’altro capo del mondo standosene a casa al Sud?

I vantaggi, dicono, sarebbero per entrambe le parti. L’azienda potrebbe risparmiare sui costi, il lavoratore riuscirebbe ad avere un migliore equilibrio vita/privata lavoro e realizzare il suo sogno di postare foto con pc, cappuccino e hashtag #lavoroconvista , che si tratti di mare, collina o montagna.

In realtà – lo scrivente è un giornalista che da dieci anni lavora perlopiù in smart working – non è tutto oro quel che brilla. Lavorare da casa riduce il contatto fisico con le persone, con possibili difficoltà legate ad isolamento e mancanza di spunti che nascono inevitabilmente con il brainstorming collettivo. Anche per le aziende la questione non è semplice. Al momento in Italia il lavoro agile è perlopiù ancora inteso sotto forma di telelavoro sganciato dagli obiettivi; senza contare che ci sono tutta una serie di aziende che, in un paese artigiano come il nostro, richiedono per forza di cose la presenza in loco del lavoratore. Vanno considerati poi altri aspetti.

Secondo uno studio di NBER – un’organizzazione di ricerca, privata e senza scopo di lucro che si occupa di studi e prospettive economiche – sono solo i lavoratori più qualificati e meglio retribuiti a mostrare migliori livelli di produttività da remoto . Infine, dice il politecnico di Milano, al momento in Italia solo un milione di persone ha un’occupazione compatibile con il lavoro da remoto e in circa 5 milioni hanno accesso a una qualche forma di smart working che permette di andare in ufficio una o due volte la settimana.

Ecco, come sempre, anche in questo caso forse in medio stat virtus . La soluzione ideale potrebbe passare per un’unione tra la presenza fisica in azienda e un lavoro da casa nel resto del tempo. In questo modo si riuscirebbe a trovare un equilibrio tra le contrapposte forze centrifughe di chi, per ragioni chiaramente economiche, vorrebbe evitare il declino dei centri città e chi sogna la riabilitazione sociale e turistica della provincia italiana. Certo, bisognerebbe poi capire come e quanto dovrebbe cambiare la provincia per mostrarsi attrattiva a chi vuol fare carriera. Insomma, come direbbe qualcuno: Milano è Milano . Ma anche i piccoli borghi – approfittando di questo vorticoso momento – possono iniziare a riscrivere la loro storia.https://www.vanityfair.it/viaggi-traveller/notizie-viaggio/2020/09/14/come-cambia-litalia-via-dai-centri-urbani-si-lavora-con-vista-mare-e-monti