Coronavirus, i ginecologi chiedono l’estensione dell’aborto farmacologico

In questa fase della pandemia, sarebbe utile per decongestionare gli ospedali e alleggerire l’impegno degli anestesisti e l’occupazione delle sale operatorieGli ospedali sono affollati per l’emergenza coronavirus, ed è consigliabile che, chi può, rimanga a casa per limitare la diffusione del contagio. Per questo le società scientifiche di Ginecologia e Ostetricia hanno chiesto che le donne possano accedere più facilmente all’aborto farmacologico, che finora è stato relegato ad un ruolo marginale. In particolare, durante la pandemia, sarebbe utile per decongestionare gli ospedali e alleggerire l’impegno degli anestesisti e l’occupazione delle sale operatorie. «In questa fase di emergenza sanitaria, il percorso tradizionale dell’aborto chirurgico, che prevede numerosi accessi ambulatoriali, non solo per certificazione e datazione, ma anche per le indagini pre-operatorie oltre all’accesso per l’esecuzione della procedura», spiega Nicola Colacurci, presidente Agui (Associazione Ginecologi Universitari Italiani), «espone la donna a un numero eccessivo di contatti con le strutture sanitarie, che sicuramente non contribuiscono alla riduzione del rischio di contagio.

Gli esperti chiedono che venga eliminata la raccomandazione del ricovero in regime ordinario dal momento della somministrazione del mifepristone a momento dell’espulsione, e che venga introdotto anche il regime ambulatoriale che prevede un unico passaggio nell’ambulatorio ospedaliero o in consultorio , con l’assunzione del mifepristone. Le prostaglandine, invece, come succede già nella maggior parte dei Paesi, verrebbero somministrate a domicilio. L’innovazione prevede una procedura totalmente da remoto, monitorizzata da servizi di telemedicina, come è già avvenuto in Francia e nel Regno Unito.

«Si tratta di una riorganizzazione che ha l’obiettivo di facilitare e de-ospedalizzare l’aborto, prevedendo un maggior coinvolgimento degli ambulatori», ci spiega Elsa Viora, Presidente Aogoi (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri). «Richiede una normativa diversa per l’uso del farmaco e un’innovazione dal punto di vista organizzativo. Ci sono consultori, in Italia, che potrebbero già essere pronti: è necessario che abbiano a disposizione i farmaci e che siano organizzati per gestire e controllare le singole pazienti». Perché, come spiega la ginecologa, l’aborto farmacologico non va banalizzato: «È necessario un programma che consenta di monitorare la situazione e spiegare alle donne quali sono i sintomi che devono aspettarsi e quelli che devono metterle in allarme. Le donne devono avere un punto di recapito e la possibilità di ottenere un consulto o un teleconsulto. Non vogliamo certo che aumenti il numero delle complicanze: la salute della donna deve essere tutelata».

Ma quando questa novità potrebbe concretizzarsi? «Spero presto: l’emergenza coronavirus potrà permettere di sveltire le procedure burocratiche, ma l’obiettivo è quello di continuare anche dopo questa fase».

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