Daniela Collu: «Mi mancano gli sconosciuti»

Da quando siamo chiusi in casa, a farci compagnia ci sono gli amici e i familiari in videochat. Ma secondo una conduttrice radiofonica, il lockdown ci ha privati del piacere più grande: gli incontri con gli estranei. Litigate compreseQuesto articolo è tratto dal numero 18/19 di Vanity Fair in edicola dal 6 maggio.

Quasi sessanta giorni di clausura. Onestamente non credevo che saremmo arrivati a tanto, e mentre scrivo, pensando al futuro, con la sinistra compio gesti apotropaici poco signorili, ma particolarmente accorati. Di certo non credevo che ci sarei arrivata con dignità e senza una denuncia a mio carico. Mi fidavo abbastanza del mio equilibrio psicofisico e dell’efficacia delle sedute di analisi che continuo a fare con la psicoterapeuta il lunedì mattina su FaceTime (e a volte anche il mercoledì, e nelle settimane più dure anche il venerdì pomeriggio), ma se un anno fa mi avessero raccontato di lockdown, mascherine e autocertificazioni anche per uscire dal portone, mi sarei sganasciata come tutti. Intendiamoci, io da sola sto bene, a casa sto benone, a Milano sto benissimo, di salute sto da Dio. Parlo con le piante, faccio i puzzle, vedo vecchi film, spio le vite degli altri su Instagram, panifico come la moda del momento richiede, applico religiosamente almeno cinque dei dodici passi della skincare coreana, ma soprattutto ho finalmente il tempo di dedicarmi profondamente a me stessa, alla riflessione su me stessa, alla conoscenza di me stessa. Ho silenzio e spazio per connettermi con l’Io più recondito, senza distrazioni, senza interferenze: ora non ho più scuse, siamo io e me .

Ed è un incubo.

Io non ci voglio stare così tanto con me, nessuno lo desidera davvero. In casa mia, se non parlo io, sono due mesi che non vola una mosca, e io non ne posso più di avermi come unico interlocutore, mi sto sulle palle da sola. Non ho più voglia di chiedermi cosa mangeremo per cena, di ascoltare la musica che scelgo io, voglio qualcuno a cui rimproverare una finestra aperta perché c’è vento e fa corrente. Datemi un contraltare, un narratore non onnisciente, uno che non mi stia ascoltando così posso alzare la voce, apritemi l’audio con un’altra casa.

Fatemi litigare. Nelle videochat non si può, non viene bene, lì la connessione è volontaria, addirittura organizzata: ci mettiamo d’accordo tra amici, stappiamo una bottiglia di bianco e tutti felici nei riquadrini fingiamo un tavolo per sei al Pigneto, ma io voglio lo sconosciuto all’ufficio postale, quello con cui ti incazzi al semaforo, io voglio parlare con gente casuale che non so chi sia. Dove sono gli estranei? Il coronavirus mi ha tolto gli sconosciuti, e io questo non lo posso sopportare. Gli sconosciuti sono l’unico motivo per cui ci piacciono i nostri amici e familiari.

La paura e il fastidio dell’avere a che fare con gli estranei sono il motivo per cui siamo felici di tornare la sera dai nostri cari, di cui riconosciamo il ritmo della citofonata, il profumo dell’ammorbidente, le conseguenze dei traumi infantili. Ma senza quella cartina tornasole del mondo fuori, noi cosa siamo? Con chi mi sfogo io, senza rovinare amicizie via Skype? #Distantimauniti dice l’hashtag ufficiale, istigando a questa lontananza affettuosa da riscoprire, ma io voglio i #comesipermettelei , i #machiticonosce , io bramo un #leinonsachisonoio . Invece quando va bene videochiamo mamma, ricevo foto di mia nipote, ripercorro gli impiattamenti dei pranzi in quarantena di tutta la mia classe del quarto ginnasio, sempre connessi, tutti insieme a distanza, che non ci molliamo un attimo, che non ci diamo un istante di tregua. E quando va male, restiamo noi, e Dio ce ne scampi e liberi. Quanto si stava bene invece nel traffico del Lungotevere, a pensare peste e corna di tutti quelli in fila? Operatori dei call center, nemmeno voi mi chiamate più, e porca miseria quanto mi manca rispondervi male.https://www.vanityfair.it/show/agenda/2020/05/14/daniela-collu-mi-mancano-gli-sconosciuti-2