Geografia delle emozioni: Oregon

Una nuova puntata della rubrica di Eshkol NevoNelle fotografie su Airbnb l’appartamento sembrava ampio e luminoso . Nella realtà era piccolo e mal illuminato. Invece della vasca, una doccia striminzita. Invece del letto, un materasso. Di quattro fuochi in cucina, ne funzionava uno soltanto. E la finestra dava su un muro di mattoni. Eravamo furibondi. Ma c’era poco da fare. Avevamo pagato sul sito, con la carta di credito. La padrona di casa aveva lasciato la chiave in una lavanderia ed era partita per un viaggio. Aveva avvisato in anticipo che non sarebbe stata raggiungibile per telefono. A notte fonda abbiamo sentito bussare alla porta. Poi è seguito un grido: open the door, Beatris! E poi di nuovo: open the door, Beatris! I know you are there! Beatris era il nome della ragazza che ci aveva affittato la casa. Non abbiamo aperto la porta. Neanche per idea.

Avevamo visto abbastanza film su New York da sapere cosa rischiavamo. Mia moglie si è posata un dito sulle labbra, facendomi segno di restare in silenzio. Forse se taceremo abbastanza a lungo se ne andrà. Non se n’è andato. Beatris! I love you! Ha implorato. Beatris! Let me in. Beatris! If you won’t open the door, I will kill myself. Forse questo è il momento di menzionare che mia moglie lavora come psicologa alla polizia. Tra le altre cose, la chiamano sui tetti per parlare con le persone che minacciano di buttarsi di sotto. È serio, mi ha detto . Nel suo tono professionale. Forse, ho risposto . Ma la cosa non ci riguarda. Sfortunatamente ormai sì che ci riguarda, ha ribattuto e si è alzata dal letto. Non ho cercato di fermarla. Dopo quindici anni insieme, so bene quando non c’è speranza. Per sicurezza, ho cercato fra i miei contatti l’unico conoscente che ho a New York, Josh, e ho posato il dito sul suo numero. Ma l’uomo che ha fatto irruzione nell’appartamento dopo che mia moglie ha aperto la catenella non pareva particolarmente minaccioso. Innanzi tutto era piccolo. Molto. Più piccolo di Danny DeVito. Aveva gli occhi rossi di pianto. O di alcol. Portava abiti da impiegato di banca.

Venga, gli ha detto mia moglie, preparo un tè. E lei chi è? L’ha guardata stupefatto. Lei ha spiegato. Airbnb. Quattro notti. La nostra prima vacanza da soli dalla nascita dei bambini. Puttana! Ha detto. Mi aveva minacciato che l’avrebbe fatto. Mi ha detto che avrebbe cambiato la serratura e subaffittato l’appartamento. Stronza di una puttana! Watch your language, l’ha stroncato mia moglie con la voce di una che porta una pistola alla cintura. L’uomo ha abbassato lo sguardo. Lei mi ha fatto segno di tornare in camera da letto. Sicura? Le ho chiesto con gli occhi. Sicura, hanno risposto i suoi occhi. Sono rimasti seduti in cucina. A bere un tè. E parlare. O meglio, lui ha parlato e parlato, mentre lei ascoltava. Non riuscivo a seguire la loro conversazione. Di tanto in tanto avevo l’impressione di riconoscere una parola: «errore» o «tutto perduto». Oppure «motivo».

Di tanto in tanto la voce di mia moglie inseriva una frase che terminava con un punto di domanda . Ho cercato di restare sveglio. Ma a un certo punto sono crollato. Doveva essere un sonno agitato, perché quando mi sono svegliato fuori era ancora buio. Mia moglie era vicina a me, intenta a leggere un libro di Nicole Krauss. Danny DeVito è ancora qui? Ho domandato . Se n’è andato, ha risposto con sguardo meditabondo. Sei… una maga, ho detto. No, sono una professionista, ha risposto. E ha avvicinato il mignolo all’angolo dell’occhio, come a cancellare una lacrima. Ma cosa gli hai detto per… per calmarlo? Le ho carezzato i capelli. La questione non è cosa si dice, ha risposto. È come si ascolta. Fuori, New York si stava risvegliando. Le macchine sfrecciavano. I camion rombavano. Le saracinesche dei negozi venivano alzate. Non ci siamo affrettati a uscire da lei. Siamo rimasti un altro pochino a letto, ad ascoltare.

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