Giovanni Scifoni: «La mia quarantena su RaiPlay»

L’attore romano, tra i protagonisti della fiction «DOC – Nelle tue mani», presenta su RaiPlay «La mia Jungla», un format nel quale racconta la sua quarantena in famiglia. Tra la difficoltà di gestire i figli all’importanza della fede in un momento delicato come la pandemia, ecco cosa ci ha raccontatoGiovanni Scifoni Giovanni Scifoni Giovanni Scifoni Giovanni Scifoni Giovanni Scifoni non aveva intenzione di creare un format sulla quarantena. Quando l’Italia è stata chiamata all’ordine, l’attore aveva ben altre emozioni per la resta, lontanissime dall’entusiasmo che accompagna la genesi di qualsiasi progetto nuovo. «Ero in depressione e in un profondo stato di angoscia. Le date in teatro erano saltate e non sapevamo come andare avanti. I set che mi vedevano impegnato sono stati interrotti e, non avendo famiglie alle spalle che potessero sostenerci, pensavo solo che rivolevo il mondo di prima, le mie sicurezze» spiega al telefono rinchiuso nella sua camera, con la speranza che i suoi tre figli non irrompano sul più bello. Quando finiremo la conversazione, andrà alla Posta per spedire un documento «che dichiara che i miei figli lavorano per me», racconta divertito pensando che finire da piccoli nella bottega del falegname era una cosa successa anche a Gesù.

Proprio i suoi figli sono, infatti, tra i protagonisti de La Mia Jungla , le pillole-video che Giovanni propone ogni giovedì su RaiPlay e che cercano di tirare su il pubblico attraverso il racconto della sua quarantena e dei problemi che gli adulti affrontano in questa nuova quotidianità: dallo smart working alla gestione dei figli, ai quali è dedicata, appunto, la seconda puntata disponibile giovedì 14 maggio. Per Scifoni, una carriera che lo ha visto recitare a teatro con miti indiscussi come Paolo Poli e in tv in diverse fiction di successo, da Don Matteo al recentissimo DOC – Nelle tue mani , le cui riprese sono state sospese per via dell’emergenza , è il momento del cauto ottimismo, del bisogno marzulliano di farsi delle domande e darsi delle risposte. Anche se queste ultime non sempre acquattano l’inquietudine e lo scoramento generale.

Da dove nasce l’idea de La mia Jungla ?

«Quando tutte le categorie, inclusa quella dello spettacolo, sono state chiamate a un sacrificio enorme c’era molte gente che già faceva come gli pareva. Lì per lì mi sono incazzato: noi stiamo facendo quello che possiamo e questi vanno in giro a fare gli scemi? Ho pensato subito di scrivere un post molto incazzato su Facebook, ma poi ho visto un’immagine di Enea che porta il padre Anchise sulle spalle e ho pensato di cambiare formula e di fare un video motivatore. Ho detto che eravamo tutti un po’ degli Enea che portavano sulle spalle gli anziani, i nostri Anchise, perché sentivo che le persone avevano bisogno di parlare di questo tempi ridendo, cazzeggiando e sdrammatizzando. È nato tutto da lì, come se La mia Jungla fosse una pacca sulla spalla»

Protagonista del format è la sua famiglia, in modo particolare i suoi figli. Come va con loro a casa?

«Un disastro. È inutile raccontarci frottole: è un mazzo micidiale. Non ci eravamo accorti che fosse tutto così complicato ma, evidentemente, ci siamo resi conto adesso di quanto sia importante il carico dei figli, che hanno bisogno di tante cose. Parliamo, per esempio, dell’istruzione: il più piccolo è peggiorato tantissimo a leggere e a scrivere da quando ci siamo noi. I figli sono un bene comune della nostra società, ed è vero che le famiglie ce la fanno sempre, che non possono scioperare e che le risorse prima o poi saltano fuori, ma trovo assurdo che non ci sia stato nessun intervento del governo in merito. Il 4 maggio si torna a lavorare e i bambini vanno a scuola, come se fossimo abituati a piazzarli da qualche parte, magari davanti alla tv, per risolvere il problema: non è così».

Non se li sta anche godendo un po’ di più, ora che lavora da casa?

«Godo di piccoli momenti. Noto, per esempio, che mio figlio viene a farmi una confessione che non mi avrebbe fatto prima in assenza dell’amichetto di scuola. Non potendo parlarne con lui, ripiega su di me: i bambini sentono molto il bisogno di aprirsi e di condividere e il fatto che lo faccia con me è una figata».

Lavora molto sui social e per RaiPlay: mai un momento per sé?

«Mai. Neanche per scaccolarmi, un’attività che svolgo sempre con grandissimo interesse. Scherzi a parte, non faccio neanche più gli addominali: prima andavo in bicicletta e facevo le trazioni alla sbarra al parco, ma adesso più niente, sono un flaccidone micidiale».

C’è una cosa che le manca fare?

«A livello lavorativo mi manca molto il contatto con il pubblico, respirare la loro stessa aria, sentire il loro sudore che si mischia al mio. Invece non mi manca per niente la competizione: visto che siamo tutti fermi, non c’è più la corsa al ruolo, al provino, la telefonata al produttore o la cena per conoscere il delegato. A livello umano, invece, mi mancano le cene con gli amici, bere fino a tardi con i bimbi che si intrufolano nella conversazione e tu mandi via perché quello è il momento degli adulti».

La ripartenza del settore audiovisivo sarà molto lenta e difficile: è ottimista?

«Il teatro non morirà mai: era in crisi già dai tempi di Plauto, ma ce l’ha sempre fatta. Credo che dovremo reinventarci e trasformare la crisi in opportunità. Durante la guerra gli attori andavano a fare gli spettacoli per rallegrare i soldati ed è nato il varietà che, a sua volta, ha portato alla nascita della commedia italiana: quella forza comica è nata da una situazione di crisi, dal bisogno di distrarsi. Come si risolverà questa situazione non ne ho idea, ma sono ottimista: credo nella creatività umana e italiana. Il cinema e il teatro faranno una grandissima fatica, ma è necessario che tutti noi del settore ci incontriamo per ragionare, per inventare un’alternativa».

Lei è cattolico: la fede aiuta ad affrontare un momento delicato come questo?

«Se è possibile, ti mette in crisi ancora di più. Tutte queste cose che ci capitano pongono delle domande esistenziali pesanti, cruciali: non puoi risolvere tutto con un “ce la faremo” o un “andrà tutto bene”, la fede mi ha dato una prospettiva diversa delle cose. Il Vangelo ci insegna che tutto ciò che sembra male può essere una via fantastica per arrivare al bene e alla salvezza e ti porta a chiedere se Dio ci stia mettendo alla prova. Una domanda che mi pongo tutti i giorni e che risolvo con la preghiera, che mi mette in un profondo stato di pace. È un’arma incredibile che mi è stata regalata».

Tra pochi giorni riapriranno le chiese: tornerà a frequentarle o preferisce aspettare?

«Non vedo l’ora che riaprano: se garantiscono le dovute precauzioni, perché no? Ci sono tante attività che stanno riaprendo e non vedo perché le messe e le chiese possano costituire un pericolo se si sta attenti a quante persone ammettere e a mantenere le distanze. Pregare è una cosa che si può fare anche in cucina, ma l’eucarestia ha bisogno di una comunità, di un popolo – che può anche essere costituito da 2 o 3 persone – che si riunisce per ricordare il sacrificio di Cristo. Questo non può essere concepito come un capriccio, sarebbe molto sminuente».

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