Harry Styles: «Il vero successo è stare bene»

Dopo il trionfo del debutto solista, Harry Styles è tornato. Con un tour e un nuovo album molto personale. Ma come si fa a superare le paure e le pressioni? L’ex One Direction ha fatto una scoperta: cercare sempre di far contenti gli altri è una trappolaHarry Styles: «Il vero successo è stare bene» Harry Styles: «Il vero successo è stare bene» Harry Styles: «Il vero successo è stare bene» Harry Styles: «Il vero successo è stare bene» Lo scorso dicembre è uscito Fine Line, secondo album di Harry Styles, dopo il successo clamoroso del disco Harry Styles, esordio solista del 2017. In aprile comincerà il tour mondiale che toccherà anche l’Italia con due date: il 15 maggio a Torino e il 16 a Bologna. Ventisei anni, inglese, il cantante è riuscito a costruirsi una solida carriera mettendosi in proprio dopo l’addio ai One Direction, boy band attiva solo sei anni (dal 2010 al 2016) ma già entrata nella storia del pop. Harry Styles non concede mai interviste.

Qui di seguito riportiamo una esclusiva per Vanity Fair.

Dopo un tour molto impegnativo per il debutto solista, si è preso una meritata pausa. Quando ha sentito che era pronto per il secondo album?

«In realtà sono tornato in studio presto, forse già due settimane dopo la fine del tour, che mi ha motivato moltissimo, sapevo che tipo di musica volevo fare e sentivo di dover cavalcare quella sensazione e ripartire da lì. Quindi ho deciso di cogliere quell’energia e iniziare senza farmi tante domande».

È stato più difficile lavorare al primo album oppure realizzare il suo secondo lavoro dopo il successo dell’esordio?

«Il processo che porta alla creazione di un album è molto lungo, tendi a eccedere, sei continuamente concentrato su te stesso e sul tuo lavoro e tutto si trasforma inevitabilmente in una serie di alti e bassi. Così, a volte senti che va tutto alla perfezione e altre volte sei frustrato e insicuro di quello che stai facendo. Credo che uno dei vantaggi maggiori di questo album sia che mi ha permesso di pensare a quello che il successo aveva rappresentato per me. Durante la realizzazione del disco ho ridefinito il modo in cui percepisco il successo, confrontandomi con gli amici. C’è stata una fase in cui mi sono chiesto che tipo di album dovessi fare; a un certo punto ero felice di dire “devo fare questo adesso”, e ricordo che raccontavo a Tyler (Johnson, il produttore, ndr) tutte le idee di album che volevo fare nei prossimi cinque o dieci anni e lui mi ha detto: devi semplicemente dedicarti all’album che vuoi fare adesso, è l’unica cosa che puoi fare. Mi ha colpito molto. Poi, un altro amico con cui parlavo di cosa volesse dire avere successo mi ha detto che se sei felice nessuno può dirti che hai fallito. Così ho guardato indietro ai momenti in cui ero più soddisfatto di quello che facevo ed erano sempre i momenti in cui ero più felice. Quindi ho deciso di puntare su questa strategia: piuttosto che cercare di rendere felici gli altri, fare sempre ciò che rende felice me, in modo da essere poi soddisfatto del risultato. Lasciar andare tutte quelle costrizioni che mi avevano bloccato per un po’, come per esempio i dati degli streaming o i numeri, è stato davvero liberatorio».

Lights Up dà la sensazione di essere un singolo realmente catartico, dalle sonorità attuali all’immaginario dei testi. Cosa l’ha reso il singolo perfetto per i nostri giorni?

«Lights Up è stato il brano più anomalo che abbia mai fatto, dal modo in cui è stato scritto fino alla fase della registrazione: è stato scritto tutto partendo da note vocali, Tyler mi inviava una traccia, c’era uno scambio continuo di note vocali e infine scrivevo i testi. Poi siamo andati in studio insieme, l’abbiamo registrato abbastanza velocemente, finché il secondo giorno ho detto “dobbiamo inserire il coro”, ma è una cosa che di solito facciamo alla fine. Comunque l’abbiamo inserito e abbiamo completato il brano, ma questa scelta ne ha modificato totalmente la struttura».

Il termine «luce» ricorre spesso nelle sue canzoni, così come i riferimenti ai frutti. È una scelta intenzionale?

«In realtà c’è sempre un forte elemento di casualità, non ho mai deciso espressamente di puntare sul tema della frutta. Nella mia musica c’è molta frutta, ma non so perché. All’inizio, quando abbiamo scritto Kiwi, l’abbiamo chiamata così pensando di cambiare il nome in seguito ma poi ci è sembrato strano perché l’avevamo sempre chiamata Kiwi, per cui abbiamo deciso di lasciarla così. E alla fine in questo album c’è molta frutta, vorrei poter dire che avevo previsto e programmato tutto, ma in realtà non è così».

Molte canzoni di questo album dedicate alla fine di una relazione sembrano diventare un monologo interiore. Alcuni dei momenti più duri di canzoni come Cherry e To Be So Lonely sono incredibilmente intensi da ascoltare. È stato terapeutico convogliare nelle sue canzoni riflessioni interiori così crude?

«Scrivere è sempre stato molto terapeutico per me. Quando mi siedo per creare una canzone, non penso al fatto che mi sto esponendo e credo che questo mi aiuti ad aprirmi, per cui se compongo un testo molto personale non penso a cosa ne diranno le persone, perché la canzone la scrivo per me. Penso che sia un processo davvero terapeutico. Mi permette di racchiudere determinati stati d’animo in una canzone di tre minuti, per poi superarli e andare avanti».

Ha trasformato il suo motto, «Treat People with Kindness» (sii gentile con gli altri), in una canzone. Era un’idea che aveva già in mente quando ha iniziato a usare questa frase nel suo primo tour?

«Treat People with Kindness è stata l’ultima canzone realizzata per l’album; l’ho scritta alla fine, anche se già dal primo tour pensavo di trasformare il motto in una canzone, ma non avevo idea di come. A un certo punto, mentre ero in studio e stavamo lavorando su questa idea, mi sono detto “è troppo banale?”, e Jeff (Bhasker, produttore, ndr) ha risposto “perché non la dici e basta?”. E la stessa cosa era successa con Kiwi, scherzavamo su quanto sarebbe stato divertente scrivere una canzone che diceva “I am having your baby, it’s none of your business” (aspetto un bambino da te, non sono affari tuoi). Poi è venuto il resto della canzone e la prima volta che l’ho cantata non sapevo se amarla oppure odiarla. Non avevo idea di cosa fosse, non avevo mai fatto una canzone come quella, per cui mi sentivo un po’ a disagio; poi mi sono reso conto che non era necessariamente positivo o negativo il fatto che mi sembrasse strana, in ogni caso adesso posso dire che mi piace».

I testi di molte delle sue canzoni sono decisamente intensi: è nervoso all’idea di doverli cantare dal vivo ogni sera?

«In realtà succede una cosa interessante. Con le canzoni attraversi vari momenti: inizi scrivendole e per un bel po’ di tempo sono qualcosa di tuo; poi inizi a cantarle per le altre persone e le senti in modo diverso, alla fine arrivano i concerti ed è come se le portassi a un livello ancora differente. Non direi che sono nervoso. Certo, alcune canzoni sono più tristi di altre, ma sarebbe un problema doverle cantare ogni sera solo se le odiassi, invece mi piacciono, per cui sono sincero, tutto qui. Sono felice che quelle canzoni diventino come istantanee di determinati momenti; non vivo le canzoni tristi in modo negativo, penso piuttosto che siano il risultato positivo di momenti più difficili».

L’anno scorso ha trascorso un po’ di tempo in Giappone. Perché proprio il Giappone? C’è qualche esperienza indimenticabile di questo viaggio che vorrebbe condividere?

«Sono stato in Giappone perché mi sono reso conto che non avevo mai viaggiato da solo e volevo passare un po’ di tempo in solitudine; il periodo che ho trascorso lì è stato molto importante. Ho avuto la possibilità di riflettere per la prima volta su quello che mi era successo negli ultimi sette anni di vita e direi che il mio ricordo più intenso sono semplicemente le passeggiate in città. Una sera rientravo a piedi da casa di un amico e mentre camminavo fra le strade affollate del Giappone ascoltavo Bill Evans, è stato un momento incredibile e speciale».

Che cosa dobbiamo aspettarci dal suo Love on Tour ?

«Guardando indietro, mi sembra incredibile che siamo riusciti a creare un vero e proprio show con l’ultimo album. Con il nuovo sarà tutto più gioioso, più divertente, più libero e sento che molte canzoni saranno perfette per i concerti dal vivo. Non vedo l’ora che inizi, sarà un’esperienza pazzesca».

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