I dischi che hanno segnato il Brit pop

Dopo la morte di Kurt Cobain, nella primavera del 1994, il grunge perse la sua figura più iconica. Lui e i Nirvana furono gli apripista per un sfilza di gruppi che dall’underground passarono a un pubblico molto più vasto. Il grunge fu qualcosa di enorme che però perse gran parte della sua forza proprio quel […]I dischi che hanno segnato il Brit pop. I dischi che hanno segnato il Brit pop. I dischi che hanno segnato il Brit pop. I dischi che hanno segnato il Brit pop. I dischi che hanno segnato il Brit pop. I dischi che hanno segnato il Brit pop. I dischi che hanno segnato il Brit pop. Dopo la morte di Kurt Cobain , nella primavera del 1994, il grunge perse la sua figura più iconica. Lui e i Nirvana furono gli apripista per un sfilza di gruppi che dall’underground passarono a un pubblico molto più vasto.

Il grunge fu qualcosa di enorme che però perse gran parte della sua forza proprio quel giorno, lasciando un buco enorme nel mondo rock. Si innescò una disperata ricerca da parte dei media per individuare la new thing . Fece capolino in Inghilterra sul finire degli anni Ottanta, lo shoegaze , i cui precursori furono i Jesus and Mary Chain e i Spacemen 3 . Era una nuova psichedelia che utilizzava duri feedback chitarristici sulle strutture melodiche.

Influenzati dallo shoegaze – che si rivelò un po’ troppo fracassona per fare breccia in un pubblico più vasto – furono i Blur del disco d’esordio Leisure .  Pochi potevano immaginare che il gruppo, qualche anno dopo, sarebbe diventato il protagonista assoluto della «nuova cosa» che il mondo della musica andava a cercare, il Brit pop . Sebbene le band che veramente lo animarono e riuscirono a durare nel tempo furono poche, si può dire che il fenomeno Brit pop fu assolutamente democratico; tanti che salirono nel suo carrozzone ottennero, seppur per poco o pochissimo tempo, la propria notorietà. Questo anche grazie alle principali testate britanniche dell’epoca come il Melody Maker e il New Musical Express , che ogni settimana dedicavano le prime pagine a gruppi che sarebbero poi scomparsi nel giro di pochi mesi. I Marion, i Menswear, i Hybirds, i Mantaray, i Laxton’s Superb, i Blutones, le Elastica di Justine Frischmann, l’allora fidanzata di Damon Albarn. Tutti dimenticati in fretta perché in fretta sparirono.

Ma resta il fatto che il Brit pop degli anni Novanta fu un movimento vero , neanche troppo semplice da raccontare perché oltre alla musica, che fu parecchia, era stato anche un fenomeno di costume e generazionale. Significò anche un ritorno della cultura mod che dagli anni Sessanta era rimasto uno degli movimenti culturali ed estetici più riconoscibili e mondiali. Fu un remake dei Sixties che vide la nascita dei Beatles e dei Rolling Stones. In tante città esistono, o esistevano prima della bestiaccia del corona virus, locali e club che fanno serate dedicate al brit pop, ciò vuol dire che di nostagici dell’epoca o nuovi appassionati ci sono ancora. Il culmine mediatico lo raggiunse con la celebre Battle of Brit pop n ell’agosto del 1995 ma il movimento resistette fino all’alba dei Duemila, prima che i Radiohead di Ok Computer e successivamente di Kid A ne decretarono la fine.

Ecco alcuni dischi che ne hanno scandito la storia :

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The Stone Roses – Stone Roses

Nati a Manchester gli Stone Roses di Ian Brown furono un caso molto particolare. Molto spesso venivano accostati alla scena di “Madchester”, la Baggy generation, che ruotava attorno alla casa della rave culture l’Haçienda di Tom Wilson, il gran capo della Factory Records e Rob Gretton, il manager dei New Order. Scena che sgretolò le barriere tra rock e dance e influenzò profondamente la musica inglese – e non solo – degli anni successivi. Altri invece consideravano l’esordio degli Stone Roses come il primo disco in assoluto del Brit oop. La verità fu che Stones Roses sarebbe restato nel mezzo ma influenzò moltissimo le band che seguirono a quell’esordio. Liam Gallagher ha recentemente dichiarato che l’unico album senza il quale non potrebbe vivere è proprio il primo, sorprendente degli Stone Roses.

Charlatans – Some Friends

Immediata conseguenza degli Stone Roses furono i Charlatans, anche loro di Manchester. Anche loro assaporarono molto quello che la “Madchester” produsse e diedero i loro frutti con il primo disco, Some Friends del 1990. Un disco irresistibile che qualunque appassionato di pop inglese conosce a memoria e su tutte spiccava “The Only One I Know” che divenne la loro più grande hit. Guidati dall’estro del leader carismatico di Tim Burgess, grande appassionato di musica e sempre preso da un’instancabile curiosità di ascoltatore, i Charlatans sarebbero poi rimasti una delle band più longeve del Brit pop.

Suede – Suede

Appena prima dell’esplosione Brit pop, sembrava che il revival che si apprestava ad accarezzare la musica inglese fosse quello del glam . Merito degli Suede del suo cantante Brat Anderson che, con il loro primo disco, recuperarono l’eredità di David Bowie del periodo Ziggy Stardust,  dei primi Roxy Music e dei T-Rex di Marc Bolan unendole alle influenze degli Smiths e dei REM. Suede  uscì nella primavera del 1993, attesissimo dopo una serie di buonissimi singoli e con l’immagine sexy del suo leader caricato a molla dai principali magazine britannici. Non deluse per niente le attese. Disco molto raffinato fu innovativo anche nella scrittura del duo Butler-Anderson che proponevano temi scomodi come la droga, il suicidio, la bisessualità. Suede fu decisamente uno dei promotori della scena Britpop che sarebbe esplosa l’anno seguente.

Blur – Parklife

Quasi in contemporanea al ricovero a Roma di Kurt Cobain per tanto suicidio, i Blur usciro con il singolo “Boys&girl”. La cosa sorprendente fu che, oltre ad entrare immediatamente nei primi posti delle classifiche inglesi, il pezzo centrò il quarto posto nella classifica rock di Billboard. Insomma l’Inghilterra aveva trovato il chiavistello per tornare a competere con il rock americano, con una nuova generazione che proprio quella primavera del 1994 stava emergendo. “Boys&girl” fu il preludio del nuovo disco, il terzo, dei Blur, che, ancora non si prevedeva, ma avrebbe significato l’inizio delle movimento. Già il cambio di sonorità della band di Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree era stato evidente con il loro secondo disco Modern life is rubbish . Parklife però fu di un’altro livello soprattutto per la complessità musicale e la scrittura. L’America fu al centro del disco e i personaggi che popolarono l’album fu una riflessione ironia su l’influenza che lo stile di vita statunitense stava avendo sugli europei. Il disco vantava singoli di successo e brani come “To The End, End Of A Century” e la clamorosa title track, con il cameo di Phil Daniels, il protagonista di Quadrophenia e feticcio del modernismo. Parklife però sorprese per la sua mancanza di toni minori; tutti i brani esaltavano il lavoro nella sua completezza. Un capolavoro? Visto il successo pazzesco di vendite, pubblico e critica che suscitò e che trasformò i Blur in uno dei gruppi simbolo della musica degli anni Novanta, diremmo proprio di sì.

Oasis – Definitely Maybe

A distanza di pochi mesi da Parklife , nell’agosto del 1994 la Creation di Alan McGee fece centro con l’esordio della band di Manchester che già aveva fatto molto parlare di sé con il singolo “Supersonic”. Definitely Maybe diede il via alla oasisimania . Gli Oasis dei fratelli Liam e Noel Gallagher, Paul “Bonehead” Arthurs, Paul McGuigan e Tony McCarroll si presentarono nell’artwork  della copertina, che spiegava in maniera eloquente quello che erano. Scattata nel salotto dell’appartamento di Bonehead c’era un po tutto il loro immaginario; il cinema con Eli Wallach e Antonio Casale frizzati, il calcio con George Best (Athurs era l’unico fan del Manchester United) e Rodney Marsh e la musica, con il quadro di Burt Bacharach appoggiato al sofa. A differenza di tanti gruppetti che avrebbero abbracciato il Britpop e poi scomparire per mancanza di idee, gli Oasis le idee invece dimostrarono di averle ben chiare fin dall’inizio, partendo dal pezzo che apriva il disco, “Rock’n’Roll Star”. Una dichiarazione di intenti non così velata del loro obiettivo. Avevano un talento autentico nella scrittura che nella composizione. Il pop inglese di Definitely Maybe  aveva quella forma pura delle canzoni beatlesiane, per le semplicità e per essere assolutamente universali. Ma i Gallagher avevano assorbito da adolescenti gli anni Settanta e con Definitely Maybe riuscirono nell’impresa non così semplice di rielaborare insieme i Beatles, gli Sweet e i Sex Pistols. Definitely Maybe era l’equivalente di una sbronza con conseguente rissa nel peggior pub mancuniano.

Pulp – Different Class

Spesso la vita ci mette davanti occasioni da prendere al volo. Ed è quello che hanno fatto i Pulp di Jarvis Cocker al Glastonbury 1995. Gli Stone Moses dovettero rinunciare e il posto vagante di headline fu preso dalla band. Un trionfo e finalmente il mondo della musica si accorse di questo gruppo di Sheffield che esisteva già dai primi anni Ottanta e che aveva già pubblicato ben quattro dischi. Come ha sempre sostenuto il più grande critico musica inglese Simon Reynolds, la vera battaglia del Brit pop avrebbe dovuto essere tra i i Blur e Pulp e non tra i Blur e gli Oasis, che furono per lui i veri campioni del movimento. Different Class era stato anticipa di qualche mese dal singolo “Common People”. La grande qualità del Pulp era il perfetto equilibrio tra songwriting e pop come avrebbero testimoniato i successi mondiali di “Common People” e “Disco 2000”. Ma tra tutte le band del movimento i Pulp sono sempre stati quelli più difficili da catalogare. La loro musica richiama il cantautorato inglese (Cocker amava all’infinito Bowie e soprattutto Scott Walker), ma il loro approccio non dava veramente molti riferimenti. Continuarono fino al 2002 per poi riunirti nel 2011.

Supergrass – I Should Coco

I Should Coco è indubbiamente stato uno dei migliori esempi di come si poteva ottenere grandi risultati semplicemente suonando quello che ancora, in quel 1995, metteva in pace i gusti della maggior parte dei giovani: il rock’n’roll. L’esordio dei Supergrass di Gaz Coombes, Danny Goffey e Mick McQueen era stato questo; fresco e semplice rock’n’roll che sfornava una serie di canzoni da ascoltare tutte d’un fiato. Un disco che per chi conosceva bene il punk inglese (i Buzzcock e i Jam sembravano essere le loro prime influenze) era qualcosa di molto famigliare ma le melodie, l’uso dei cori, e i riff di chitarra che i Supergrass aveva creato in I Should Coco erano sorprendenti per quello che erano riusciti a comunicare; energia allo stato puro.

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