Il vostro datore di lavoro non vi paga lo stipendio da mesi? Loro la risolvono così

Il collettivo «Il Padrone di Merda» di Bologna si batte contro lo sfruttamento sul lavoro. Tra Facebook e flash mob, cercando di «svergognare» chi sfrutta i dipendentiIl padrone di merda Il padrone di merda Il padrone di merda Il padrone di merda Il padrone di merda Il vostro datore di lavoro non vi paga lo stipendio da mesi? Il vostro proprietario di casa vi chiede una cifra esorbitante per una catapecchia? Ecco, potete delegare al collettivo «Il Padrone di Merda» una «vendetta».

Sono un gruppo di precari, giovani e non, che raccolgono le denunce e poi, dopo le dovute verifiche, segnalano pubblicamente le malefatte, «smerdando» (parole loro) i padroni  davanti a tutti.

Vanno fisicamente fuori dalle sedi dei posti di lavoro e improvvisano dei flash mob (più difficile da fare in questo periodo di post lockdown), con maschere bianche in volto e megafoni, attaccando un adesivo sulla porta o la  vetrina per dire che lì si trova un «Padrone di Merda». Paladini di giustizia, vogliono «cambiare la situazione delle centinaia di lavoratori che si rivolgono a noi, che lavorano a 3 euro l’ora, senza contratto, sotto continue molestie, con arretrati di migliaia di euro».

Pubblicano poi tutto sulla loro pagina Facebook e sul loro sito  hanno creato una mappa interattiva per meglio individuare i Padroni di Merda di Bologna: «Così, se li conoscete, li potete evitare!». E sono loro a spiegarci meglio come funziona.

Ma come è nata l’idea di questo movimento?

«Siamo un gruppo di lavoratori precari: abbiamo sempre lavorato qui a Bologna, in contesti di sfruttamento. Siamo partiti da quattro chiacchiere alle macchinette del caffè, da un piccolo gruppo di conoscenti e poi ci siamo allargati fino ad avere un gruppo whatsapp, dove ci coordiniamo».

Quanti anni avete?

«Siamo sopratutto giovani, ma non ci importa molto dell’età: queste situazioni di sfruttamento oggi riguardano tutti. Ormai non c’è più nulla di sicuro nel lavoro, che tu sia un fattorino 19enne che porta pizza o un 60enne che è appena stato licenziato senza motivo».

Come agite di solito per «denunciare» il padrone di merda?

«Di solito riceviamo le segnalazioni, le verifichiamo e incontriamo il lavoratore, con lui ci organizziamo la protesta contro il padrone di merda di turno. Anche solo pubblicare una segnalazione su Facebook è comunque un bel danno di immagine, ma spesso ci spingiamo oltre: ci presentiamo personalmente dal padrone e gli urliamo in faccia cosa sta facendo, distribuendo volantini in modo da far sapere a chi passa lì vicino che quel datore di lavoro non paga, oppure molesta, oppure ha licenziato un lavoratore senza un reale motivo. Ovviamente una sola azione spesso non basta e ci torniamo più volte, insistiamo fino a che la situazione di sfruttamento non cambia».

Avete ottenuto qualche buon risultato?

«Sì e non pochi. Spesso siamo riusciti a ottenere i soldi che i padroni non avevano tirato fuori. Ovviamente siamo aiutati da un avvocato, ma l’azione legale da sola non basta mai, le persone si rivolgono a noi perché l’ispettorato e il sindacato spesso hanno processi lenti e poco efficaci. Crediamo che, per ottenere dei risultati concreti, talvolta sia necessario  protestare e lottare con più veemenza».

A che cosa vi siete ispirati?

« Siamo un po’ dei vendicatori, come dei supereroi, che portano un po’ di giustizia. Purtroppo non abbiamo superpoteri, ma crediamo che la nostra maschera bianca un po’ lo sia un superpotere…».

Dove agite?

« Siamo incentrati su Bologna ma ci scrivono da ogni parte d’Italia, e ci hanno intervistato anche dall’estero. A Bologna c’è un contesto particolare: prima di questo freno del coronavirus, si era molto sviluppato il business incentrato sul turismo del cibo, quindi sulla grande distribuzione e sulla ristorazione, dove però, troppo spesso, ci si è mossi con paghe bassissime, non più alte  di 5 euro l’ora e spesso pure in nero. Ciò detto, purtroppo, non è che nel resto d’Italia sia stato molto diverso: per questo siamo disposti a supportare chi volesse fare la nostra stessa protesta in altre regioni».

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