Il voto, la guida, lo stadio: sono arrivati davvero i diritti per le donne in Arabia Saudita?

Cinque anni fa arrivava per le donne il diritto di voto alle amministrative in Arabia Saudita. Riforme di facciata o vere conquiste?Cinque anni fa arrivava dall’Arabia Saudita la notizia del primo storico voto delle donne che potevano eleggere ed essere elette, nelle amministrative. Questo almeno secondo l’annuncio. È un diritto che è ancora in vigore, come gli altri arrivati negli ultimi anni: dalla possibilità di guidare a quella di andare allo stadio. Diritti reali o di facciata?

Riccardo Noury , portavoce di Amnesty International Italia, distingue le diverse presunte libertà. «Per quanto riguarda la possibilità di partecipare alle elezioni amministrative, l’attivista Loujain al-Hathloul si è candidata, ma non ha trovato il suo nome sulla scheda. Già questo fa pensare a un’operazione “cosmetica”. Il divieto di guida è stato abolito e questa è stata una riforma sostanziale, ma il merito è delle attiviste che hanno lottato per anni più che di chi ha fatto alla fine la legge. Sulle donne negli stadi bisogna vedere quali ci sono andate. Noi ricordiamo che ci sono tante donne in carcere in Arabia Saudita».

Proprio l’emancipazione delle donne era fra i punti in agenda del vertice del G20, ospitato virtualmente nel paese nelle settimane scorse. Nella comunicazione del principe Mohamed bin Salman le politiche per le donne sono sempre presenti. «Le vere riformiste», spiega Noury, «sono in carcere: al mondo chiediamo di non credere a questa illusione delle riforme».

Amnesty International ha chiesto ai leader del G20 di chiedere il rilascio immediato delle cinque donne, attualmente in prigione da oltre due anni a causa del loro impegno in favore dei diritti umani. Fra queste c’è Loujain al-Hathloul, una delle protagoniste della campagna per il diritto a guidare, arrestata nel maggio 2018. Nell’agosto dello stesso anno sono state arrestate Nassima al-Sada e Samar Badawi, questa seconda impegnata anche a chiedere la scarcerazione di suo marito, l’avvocato per i diritti umani Waleed Abu al-Khair, e di suo fratello, il blogger Raif Badawi.

Sono donne che hanno lottato per arrivare almeno all’attenuazione del sistema del guardiano , che affida alle figure maschili della famiglia ogni decisione sulla vita delle parenti. Già solo la presenza di questo sistema fa dire che il termine moderato spesso legato al governo saudita non è coerente, secondo le associazioni per i diritti che ricordano anche i bombardamenti dello Yemen, le impiccagioni, le frustate ai dissidenti e casi come l’omicidio Jamal Khashoggi.

«Il vero passo verso le riforme, una volta liberate queste attiviste, sarebbe coinvolgere loro e la società civile nei processi decisionali. Le riforme autentiche devono vedere la partecipazione delle donne : solo loro possono individuare quello che ancora rimane del sistema del guardiano per togliere ogni discriminazione nelle leggi e nella prassi. Finché non sarà così, ci saranno sì riforme, ma sarà sempre disconosciuto il ruolo delle donne nelle decisioni che le riguarda» conclude Noury.

LEGGI ANCHE Halima Aden lascia la moda: «Troppi compromessi su religione e hijab»

LEGGI ANCHE Supercoppa italiana in Arabia Saudita, stavolta le donne vanno in tutto lo stadio

LEGGI ANCHE In viaggio in Arabia Saudita, perché essere i primi turisti ad andarcihttps://www.vanityfair.it/news/diritti/2020/12/13/voto-guida-stadio-diritti-per-le-donne-in-arabia-saudita