Io sono la mia fiction

«Luca Guadagnino non poteva scegliere un titolo più terrificante per la sua miniserie televisiva per Sky». Una nuova riflessione di Roberto D’Agostino a proposito della serie We Are Who We AreQuesto articolo è stato pubblicato nel numero 41/2020 di Vanity Fair , in edicola fino al 13 ottobre 2020

We Are Who We Are , «Noi siamo chi siamo». Luca Guadagnino non poteva scegliere un titolo più terrificante per la sua miniserie televisiva per Sky. Provate la sera, prima di addormentarvi, a chiudere gli occhi e «guardarvi dentro», «parlare» con la vostra anima e porre la domanda: «Io chi sono?». Dopo la risposta, se esiste una risposta, ci vuole mezza boccetta di Xanax per riuscire a chiudere gli occhi. La nostra identità, anche la più tronfia e stronza, non smette di esistere solo perché l’abbiamo riposta in soffitta. Davanti agli altri, siamo sinceri, inizia un altro film: Io sono la mia fiction. Ecco spuntare un essere fantasioso che si pompa l’ego e si cotona l’Io e va in overdose di se stesso.

Ma una volta «faccia a faccia» con la nostra anima, il camuffamento dell’Io cade come foglie, viene spazzato via come rifiuti.

Certo, lo sappiamo: è sempre più difficile, in una società dove ogni giorno ci troviamo a vivere uno scenario inedito, sostenere la socialità, la competizione, la solitudine, l’assenza, la sfida, la sconfitta, il cono d’ombra, eccetera. E «Io sono» si trasforma obtorto collo in un atto di legittima difesa: «Io vorrei essere». Siamo costretti a inventare un avatar, un «fake», una fiction di noi stessi.

Per Marcel Proust «la vera vita, la vita finalmente scoperta e tratta alla luce, la sola vita realmente vissuta, è la letteratura». Il teatro, i quadri, i romanzi erano copie del mondo scritte in linguaggi generati dall’uomo: in quel formato, il mondo si dava più accessibile, più comprensibile, più comunicabile, forse addirittura più vero. Si chiamava arte. Riservata a pochi, a pochissimi. E prevedeva una certa disponibilità di soldi, di tempo e di educazione. Ma negli ultimi 30 anni qualcosa è cambiato. Rispetto all’era ideologica e analogica (il gruppo, il partito, il movimento), la Rete ammette esclusivamente giocatori singoli, sviluppa le capacità del singolo. Uno contro uno. Uno contro tutti.

Il Web è diventato il più grandioso incubatore di individualismo, volano di uno sdoppiamento di massa dotato di narcisismo extralarge che avrebbe fatto felice Pirandello di Uno, nessuno, centomila e fatto venire un coccolone a Montaigne che, con la sua penna d’oca, avvertiva: «Di se stessi si parla sempre in perdita».

Cosa è successo? Siamo stati soggiogati da una nuova civiltà che preferisce l’artificio al reale, la superficialità alla profondità, delegando scelte e decisioni e preferenze a computer, algoritmi, intelligenza artificiale? Qualcuno ce l’ha proposto, e noi ogni giorno andiamo ad accettare quell’invito, imprimendo al nostro stare al mondo una precisa torsione rispetto al passato, gettando felici nel cassonetto, a colpi di photoshop e fake varie, ciò che veramente siamo.

Perché il Web non si limita a smaterializzare le cose, ha modificato anche gli esseri umani. Tutti noi ormai, non solo le generazioni picchiatelle dalla X alla Zeta, consideriamo le macchine una estensione di noi stessi. D’altronde, in un mondo dove si è perso il controllo della realtà, può accadere che si finisca per acquisire il senso della finzione. Quindi, attardarsi a fare distinzioni tra ciò che è reale e ciò che è irreale, aggrapparsi come naufraghi a un certo sistema di pensiero («Noi siamo chi siamo»), è diventato un lusso discutibile almeno quanto mettersi a separare le verdure in un minestrone.https://www.vanityfair.it/vanity-stars/roberto-dagostino/2020/10/13/io-sono-la-mia-fiction