#iosonoMilano, Diego Abatantuono: «Le complicanze inattese»

In una città abituata a risolvere problemi, il caso coronavirus ha creato un clima di incertezza e sospetto, «in attesa del miracolo»Luca Guadagnino regista/film director Maurizio Cattelan artista/artist Charity Cheah Co Founder, Partner Toni&Guy/ Co Founder, Partner Toni&Guy Cristina Piotti infermiera coordinatrice del reparto malattie infettive Ospedale Sacco/charge nurse of the infectious disease unit at Sacco hospital Ornella Vanoni cantante/singer Giorgio Armani stilista/fashion designer Mahmood rapper/rapper Giuseppe Sala sindaco di Milano/Mayor of Milan Gianna Nannini cantautrice/songwriter Liliana Segre attivista e senatrice/ activist and senator Emanuele Farneti direttore di Vogue Italia/ editor-in-chief Vogue Italia Miuccia Prada stilista e imprenditrice/fashion designer and businesswoman Nadia Giobbi, rider Federico Marchetti presidente di Yoox Net-A-Porter/Chairman of Yoox Net-A-Porter Stefano Gabbana e Domenico Dolce stilisti/fashion designers Franca Valeri attrice e 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Urbanistica presso il Politecnico di Milano e direttore del Future City Lab della Tongji University di Shanghai/architect Carlo Cracco chef stellato/Michelin-starred chef Elio Franzini rettore Università Statale/ dean of the University of Milan Anna Gastel presidente MITO/president MITO music festival Alberto Mantovani immunologo, direttore scientifico di Humanitas/immunologist and scientific director of Humanitas Marco Porcaro startupper/startupper #iosonoMilano, ma anche Wuhan, Parigi, Piacenza, Roma, Madrid, Teheran, Treviso, il mondo intero. Quello di questo numero di Vanity Fair è un appello corale all’unità, alla razionalità e al senso del dovere per affrontare la sfida globale a questo a virus.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 11 di «Vanity Fair», in edicola fino al 24 marzo.

È una febbre da febbre. E la temperatura varia coi giorni, col tempo. Come Milano che piano piano è tornata in bianco e nero nel senso della quiete tipica di un tempo passato . Solo che la Milano in bianco e nero, tutta fumo e nebbia, quella vera, sembra più sana della Milano di oggi. Che è scolorita per paura e depressione, disorientata nell’incertezza. Sto parlando di piccole storie, quelle che riguardano persone alle prese con problemi che magari sembrano minimi ma che invece sono seri, sommati al timore da contagio. A chi magari butta già una tachipirina per passare indenne una frontiera, dunque bara, ma lo fa per raggiungere i propri figli. L’esempio è semplice ma in qualche modo significativo. Altro esempio: un amico dovrebbe volare in Svezia per lavoro. Fa parte dei suoi compiti nell’azienda che lo ha assunto. Sì, ma se poi non può tornare? Se lo mettono in quarantena per settimane due o cinque? Magari infilato in quei tubi asettici dentro i quali uno come me, terzo esempio, non entrerebbe neanche. Il mio amico è di fronte a un bivio: partire e guardare con sospetto tutto e tutti quelli che incontra in Svezia oppure non partire ed essere guardato con sospetto da tutti quelli che gli stanno attorno in ufficio. Cito questi casi per dire che la paura e le complicazioni hanno valore individuale e per molti versi non giudicabile. La paura è qualcosa di profondo che si manifesta per modi intimi e complessi.

Mi pare che questo sia dominante ora. A Milano in particolare dove siamo abituati a risolvere se possibile in fretta un problema qualunque mentre adesso mica semplice, mica facile, mica detto. A meno di avere molti soldi, delle case altrove e ciao. Una vacanza fuori programma per chi con la vacanza ha un feeling stabile. Non solo: saltano fuori diffidenze inattese, anche con amici fraterni che chissà cosa hanno fatto ieri sera, dove sono stati, metti che l’abbia preso. Il Corona, s’intende. Che stia a casa sua visto che noi stiamo a casa nostra, per carità. Senza trattare qui dei rimbalzi orribili del razzismo che con questa storia circolano al pari del virus.

A Milano mica tanto, per la verità; in rete di brutto, ovviamente.

Insomma mi pare che siamo passati a una fase ben diversa rispetto a quella iniziale quando, oltre allo sconcerto, alla paura, alla perdita delle misura, avevamo la sensazione di trovarci di fronte a una concretezza talmente anomala e consistente da spazzar via le futilità nostre e quotidiane. Una estenuante sequenza di liti, scontri e affronti superficiale e politicamente depressiva. Dunque, l’emergenza all’inizio conteneva, credo, anche una paradossale e consolante relazione con la realtà più vera e cruda, in luogo della fuffa, del battibecco superfluo. Il centro della città, quadrilatero della moda compreso, so- migliante alle periferie, dove un certo gusto della condivisione a Milano resiste eccome. Dunque più alla moda. Un salto indietro nel tempo , proprio così. Con dentro, addirittura, un che di romantico mentre i bambini tutti contenti causa scuole chiuse, tv accesa di mattina come quando era il momento della Fiera Campionaria.

Ora mi pare più un mix composto da timori e insofferenze , collegate in prevalenza alle complicanze del caso. Che sono sportive per chi vive al bar; economiche per chi possiede un bar, un locale pubblico, per chi fa il mio mestiere – cinema vuoti, teatri chiusi – per chi studia, per chi viaggia, in sostanza per chi lavora. Mentre nessuno sa dire quando sarà possibile tornare alla normalità. A meno che si torni alla normalità per cause di forza ancora maggiore del virus, vale a dire economi- che. Se non ci riguardasse così da vicino sarebbe uno scenario interessantissimo a proposito del genere umano e dei suoi comportamenti. Un film di azioni più che d’azione. «Milano in attesa del miracolo» più che «Miracolo a Milano». Ci penso ogni tanto, mentre incontro gente che da settimane ripete un ritornello altrettanto inquietante: è una influenza, trattata come se fosse la peste. Invece, per capire cosa sia la peste, basterebbe leggere La peste di Albert Camus. Intanto, possiamo attenerci ai consigli degli esperti, ammesso che ci siano. Il mio amico che doveva partire per la Svezia, nel frattempo si è nascosto all’Idroscalo – su i scarp del tennis , come piacevano a Jannacci – perché trattasi notoriamente di zona verde.

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