Joël Dicker: vivere per gli altri, un delitto

Essere uno scrittore è stata la certezza di JOËL DICKER, sin da bambino. Mentre esce il suo nuovo romanzo, l’autore svizzero confessa di avere altri dubbi. Per esempio, circa i social, si chiede: che cosa vogliamo far vedere a noi stessi e non a chi guarda?Questo articolo è stato pubblicato sul numero 32/33 di  Vanity Fair in edicola fino al 25 agosto

Inizio l’intervista con Joël Dicker con quattro minuti di ritardo, per la prima volta è uno svizzero a non aver fatto caso alla puntualità e la cosa fa sorridere entrambi. Lo scrittore di Ginevra ha appena pubblicato L’enigma della camera 622 , terzo romanzo dopo il bestseller La verità sul caso Harry Quebert del 2012. Come nei casi precedenti successo planetario e libri disseminati sotto gli ombrelloni da nord a sud.

Le trame dei suoi libri sono incentrate sul mistero e sul brivido della scoperta dell’ignoto. Joel è stato un bambino curioso?

Ride. «Ero sicuramente già uno storyteller. Sin da piccolo amavo raccontare storie, immaginare trame, disegnare personaggi e luoghi. All’età di cinque anni creavo piccoli libri con dei fogli di carta che poi mettevo goffamente insieme. È sicuramente una forma di curiosità che sviluppavo anche nel mio tempo libero, amavo soprattutto fare ricerche sugli animali. Direi che più che curiosità era una voglia di creare storie intorno al mio personaggio e raccontarle. Ero ammaliato da tutto il processo di creazione: trovare l’idea, disegnarla, mettere insieme tutte le parti. E poi regalare quella storia a qualcuno, condividerla».

Quindi era lei a raccontare le favole della buonanotte ai suoi genitori?

«Be’, no, amavo ascoltarle, chiedevo sempre quei cinque minuti in più, ne ero molto appassionato».

Possiamo dire che il processo, in modo più evoluto, è lo stesso di adesso?

«Sicuramente. I passi da fare sono gli stessi. Sono molto presente in tutto quello che viene anche dopo la fine della scrittura. La scelta della copertina, l’immagine giusta, l’impaginazione e poi la cosa più importante, la reazione dei miei lettori».

Molti artisti sono stati ispirati da un momento particolare della loro vita. John Lennon andò al cinema a vedere un film su Elvis e una volta uscito disse alla madre: «Voglio fare questo lavoro». Ricorda un momento specifico della sua vita in cui è successa la stessa cosa?

«Ho sempre avuto un lato creativo, ma inizialmente ho fatto fatica a capire dove incanalare le mie potenzialità. Volevo fare il musicista, amavo disegnare e allo stesso tempo scrivevo storie. Non c’è stato un momento in cui ho pensato di fare altro, doveva essere una di queste tre cose. Lentamente ho cominciato a escludere le possibilità. Mi piaceva disegnare ma ero consapevole di non avere un grande talento. Vivevo per la musica, suonavo la batteria in una band, ma sono un perfezionista e dover dipendere da altre persone per provare e per migliorarmi mi rendeva poco adatto a quel mondo lì. Così ho capito che avevo bisogno di poter creare qualcosa da solo, senza dover sottostare a regole collettive. Da lì scrivere è diventato il mio lavoro, anche se amo tuttora la musica e continuo a disegnare nel mio tempo libero».

Quanto tempo occupa la scrittura nell’arco della giornata, dal momento in cui inizia a scrivere un nuovo romanzo?

«Il più possibile. Per me la definizione di una giornata ben spesa è una giornata in cui riesco a scrivere dodici ore senza distrazioni. Non ho una regola precisa, ma cerco di scrivere il più possibile, e devo dire che non è difficile che accada. Anzi, molte volte mi devo costringere a staccare la testa, faccio altro, vedo amici, mi rilasso a casa».

Riesce mai davvero a staccare la testa o è sempre alla ricerca di possibili ispirazioni?

«È una bella domanda. Ho del tempo libero in cui faccio sport, vedo molti film, un po’ come tutti. Però è molto difficile per me quantificare le ore in cui lavoro perché mentre sono immerso nel processo creativo della scrittura il mio cervello è in continuo fermento. Esco per visitare un museo, sono a cena da amici, ma molte volte nella mia testa c’è comunque il libro. È un processo che non ha mai fine ed è forse la parte più stressante del mio lavoro. Mi è capitato di finire un libro e pensare: “Basta, questo è l’ultimo”, poi però dopo due settimane mi viene un’idea e non posso non buttarla giù. Esattamente come quando torni a casa dopo una cena di cinque portate, sei pienissimo e ti prometti di mangiare leggero il giorno successivo. Poi a colazione ti trovi davanti un croissant, e non resisti all’addentarlo, dimenticandoti della sensazione nauseante della sera precedente».

Il ruolo dello scrittore è presente in maniera considerevole nei suoi romanzi. Si diventa scrittori la prima volta che si butta giù un racconto o la prima volta che si pubblica un libro?

«Non ho la risposta, è una domanda aperta, forse per questo mi piace metterlo in discussione nei miei libri. Chi definisce uno scrittore? Dipende dallo scrittore stesso. Non è un mestiere certificato, non ci sono lauree o diplomi specifici. Sì, ci sono corsi di scrittura, ma non un vero e proprio percorso delineato. Non c’è un momento in cui ti viene rilasciato il “patentino dello scrittore”, come avviene invece per molti mestieri. Lo scrittore è qualcuno che scrive una volta all’anno per se stesso? Qualcuno che ha pubblicato un libro? Qualcuno che si mantiene facendo questo mestiere? La risposta per me è che si diventa scrittori quando ci si sente scrittori. Tuttavia…».

Dica.

«Avevo bisogno che gli altri mi identificassero come uno scrittore. Dai 20 ai 25 anni scrivevo dieci ore al giorno, tutti i giorni. Ho mandato i miei libri a tantissime case editrici, e sono stati tutti rifiutati. Facevo quindi molta fatica a definirmi scrittore in pubblico, credevo di non avere legittimità. Il successo è stato la mia salvezza ma non perché abbia significato un cambio di vita radicale, o un modo per nutrire il mio ego, ma semplicemente perché mi ha dato la possibilità di fare pace con me stesso. Potevo finalmente dire di essere uno scrittore senza sentirmi inadeguato».

Parla spesso dei rifiuti che ha dovuto affrontare all’inizio della sua carriera. Nel mondo di oggi, dove sui social si ha anche la sensazione che il successo possa arrivare velocemente e inaspettatamente, quanto è importante parlare del fallimento?

«È essenziale sottolineare il fatto che il vero successo si ottenga solo dopo grandi sacrifici e molto lavoro. Che a volte ci si può domandare se ne valga davvero la pena. Per me la risposta è sempre stata “sì”, perché questa è la mia passione, il mio fuoco sacro. I rifiuti sono stati importanti sotto due aspetti. Prima di tutto ho capito che non stavo percorrendo la strada giusta. Io amavo raccontare storie, volevo che le persone potessero scappare dalla realtà leggendo i miei libri. Invece nei primi romanzi parlavo di me, dei miei sentimenti, della mia vita reale. Così ho deciso di cambiare, di ambientare la mia nuova storia in America, di narrare le vicissitudini di uno scrittore famoso come Harry Quebert, tutte cose che erano lontane da me. Poi, mi è servito a capire quanto volessi davvero fare questo lavoro. I “no” delle case editrici non mi hanno mai buttato giù, non mi hanno mai fermato, anzi, mi hanno reso ancora più consapevole di quanto questo lavoro fosse la strada giusta per me. So che servono soldi per mantenersi, ma vorrei dire alle nuove generazioni di sfruttare al massimo quel breve periodo in cui non si ha ancora famiglia, in cui si riesce a vivere con poco, per scoprire cosa li muova davvero dentro, cosa li faccia sognare. Viviamo in un mondo dove tutti si mostrano sui social con i loro orologi, in vacanza, ma cos’è che veramente vi farà svegliare con il sorriso la mattina? Che cosa volete far vedere a voi stessi e non agli altri? Penso che le persone siano troppo prese a dover dimostrare qualcosa al resto del mondo per porsi questa domanda».

Il suo approccio è molto «pop», con le sue parole ha riportato le nuove generazioni sui libri nonostante gli strumenti siano di quelli più antichi: tante pagine, intrecci accattivanti e storie di mistero. In tutte le sue opere c’è l’uso di uno slogan, dalla notte buia (La scomparsa di Stephanie Mailer ) al grande weekend (L’enigma della camera 622 ), alla tragedia (Il libro dei Baltimore ). È un modo per tenere l’attenzione dei lettori sempre alta?

«Non ci avevo mai pensato, effettivamente è vero. La prima risposta che mi viene da darle però è che l’uso di questi slogan mi aiuta a ricordare per primo a me stesso di dover affrontare quell’argomento, per non perdermi nel processo. Quando inizio a scrivere non so mai cosa accadrà alla fine del libro, non ho uno schema preciso. Nei miei racconti ci sono molti personaggi, ci sono storie nelle storie, e avere un tema che li accomuna tutti aiuta i lettori a capire in che direzione sto andando, rendendo quindi la lettura più fluida».

Personaggi. Paesaggi. Sono elementi che non ama descrivere a fondo. Non sappiamo di che colore abbia i capelli Harry Quebert. Vuole lasciare spazio all’immaginazione del lettore?

«Per me, le uniche persone a essere in vero possesso della storia sono i lettori. Posso usare dieci pagine per descrivere un personaggio, dire che ha i capelli biondi e si veste elegante, ma se leggendo il racconto il lettore concepisce con la fantasia che sia diverso, nella sua mente resterà sempre come lo ha immaginato. Questa è la cosa che mi affascina di più, il viaggio interiore di chi legge, c’è sempre qualcosa che parla di noi nel modo in cui rappresentiamo le cose nel nostro immaginario. Se mille persone vedono un film, il racconto sarà sempre lo stesso. Se mille persone leggono un libro, ci saranno mille racconti diversi».

Che effetto le ha fatto vedere le sue creazioni rese tangibili e visibili all’interno di una serie tv?

«La serie è l’interpretazione che una sola persona ha dato al libro, in questo caso il regista. Non pretendo che tutti ci si rivedano o che la trovino corretta. Molti lettori mi hanno scritto che speravano di rivivere le stesse sensazioni che avevano vissuto leggendo La verità sul caso Harry Quebert , ho risposto che sarebbe stato impossibile. Sarebbe come andare al ristorante e ordinare il pesce chiedendo che sappia di carne. Un libro e una serie tv sono cose diverse. Avevo rifiutato molte richieste, ho accettato la proposta di Jean-Jacques Annaud perché per me la cosa più importante era la qualità del prodotto. Quando tra dieci o vent’anni i miei figli vedranno la serie, vedranno qualcosa che è esteticamente molto piacevole. Sono estremamente felice del risultato. Ho deciso però di non essere inserito nel processo creativo e nella realizzazione perché era necessario prendere decisioni su cose a cui io non avevo pensato. Le faccio un esempio: il primo romanzo di Marcus Goldman ha un grandissimo successo, ma quando lo descrivo nel libro parlo semplicemente “del libro”, per la tv è necessario invece rappresentare fisicamente la copertina, darle una forma e un colore. Non era giusto che fossi io a fare certe scelte».

L’America è un tema ricorrente nei suoi libri, ha passato tante estati nel Maine a casa di suo zio. Che cosa pensa di questo Paese?

«Ho passato molti anni sull’East Coast e continuo ad andarci spesso, parte della mia famiglia vive lì. Il motivo per cui quasi tutti i miei libri sono ambientati in America è banalmente che la conosco abbastanza bene da poter basare un racconto lì e renderlo credibile, ma abbastanza male da avere la libertà creativa che mi concede di inventarmi il nome di una via senza sentirmi in difetto. Farlo in Svizzera per me è più difficile, è la mia realtà, e la realtà è il più grande nemico dell’immaginazione. Ambientare il nuovo romanzo in Svizzera è stato infatti un modo per mettermi alla prova, dimostrare a me stesso che riuscivo a creare un mondo immaginario anche nel posto in cui vivo».

Sua nonna è di Trieste, visita spesso l’Italia?

«Sono stato in Italia diverse volte quando ero più piccolo, soprattutto in Toscana. Sono tornato recentemente anche per lavoro. Milano e Torino sono molto vicine alla Svizzera, quindi ci passo spesso del tempo anche per puro piacere, è davvero un Paese fantastico che mi suscita sempre molte emozioni, anche per i ricordi legati a mia nonna e alla mia infanzia».

C’è qualche autore italiano che legge e ama particolarmente?

«Rileggo ogni anno Se questo è un uomo di Primo Levi. Trovo che sia un pezzo di storia estremamente importante che sento il bisogno di rivivere per rendermi conto del mondo in cui viviamo e di quanto dobbiamo ancora migliorarci. Degli autori contemporanei conosco Sandro Veronesi, a cui vorrei fare i miei complimenti per il secondo Premio Strega e soprattutto per la grande continuità che ha dimostrato in questi anni. Purtroppo non sono riuscito a leggere Il colibrì perché non è ancora uscita la versione in francese, ma non vedo l’ora di averne una copia tra le mani».

A proposito di continuità, sente il peso del successo? Come vive la pressione di chi ha sempre sfornato bestseller?

«Non nego che sento l’aspettativa ma devo dire che è un sentimento che arriva più da me stesso che dal resto del mondo. Vivo a Ginevra, quindi sono abbastanza isolato da tutto il trambusto delle metropoli e questa calma intorno aiuta sicuramente ad alleviare la pressione. Mentre scrivo sono solo concentrato nel continuare con le mie idee e con il mio percorso, cerco di non farmi influenzare dai desideri dei lettori. Ho la fortuna di confrontarmi con un pubblico di ogni età e di ogni provenienza sociale e culturale. Non posso identificarmi in un unico lettore, quindi devo essere sempre fedele a me stesso per non perdermi. Si alza sicuramente l’asticella dello stress nel momento in cui il libro sta per uscire, sono sempre in prima linea quando si tratta di ricevere le reazioni di chi legge il libro».

Usa i social media per comunicare con i suoi lettori?

«Amo parlare con loro, ascoltare i diversi pareri. Non riesco a rispondere a tutti i messaggi ma credo che parte del lavoro dello scrittore nel 2020 sia quello di essere connesso. I social media sono fantastici proprio perché ci permettono questo e tramite i social finalmente gli scrittori e i libri possono tornare a fare parte di un discorso collettivo e sociale, insieme ai calciatori, ai cantanti, agli attori. Credo che il compito dell’editoria oggi sia quello di far vedere che la letteratura è un mondo moderno, cool, che gli autori sono delle figure contemporanee e non dei dinosauri, e leggere dovrebbe far parte della quotidianità dei giovani d’oggi così come la cura della pelle o il fantacalcio. I social devono però essere usati in maniera costruttiva: non critico la loro esistenza ma l’uso che a volte ne viene fatto. Su YouTube possiamo decidere di guardare l’opera, osservare missioni spaziali sul canale della Nasa, oppure di guardare un video di un gatto che gioca in un microonde, sta a noi decidere. Ormai usiamo poco il dono dell’immaginazione. Vedo persone ai concerti registrare l’intero concerto senza godersi l’attimo. Viviamo sempre per compiacere gli altri. Con i miei libri spero di riaccendere quella voglia di viaggiare con la mente, di essere in conversazione con se stessi e crearsi la propria intimità in uno spazio sicuro».

Un’ultima domanda. C’è un’epoca in particolare da cui trae ispirazione?

«Credo che abbiamo bisogno di un po’ di tempo per metabolizzare tutto quello che è successo recentemente. Gli ultimi dieci anni sono stati pieni di avvenimenti ed eventi. Li ho vissuti e ho voglia di parlarne, è interessante e allo stesso tempo inquietante vedere come è cambiato il mondo. Dieci anni fa è stata registrata la temperatura più alta della storia, dando il primo vero allarme su quello che oggi conosciamo come global warming. Dieci anni dopo è cambiato qualcosa? Non mi sembra. Siamo tutti responsabili, non solo i vari governi e chi ne è alla guida. Abbiamo sprecato questi anni non prendendo provvedimenti, dobbiamo essere più consapevoli e rispondere più velocemente ai cambiamenti. Cercherò di parlarne il più possibile io, in prima persona, e nei miei libri tramite i personaggi».

Foto di Maki Galimbertihttps://www.vanityfair.it/show/libri/2020/08/13/joel-dicker-vivere-per-gli-altri-un-delitto