La morte di Maria Paola Gaglione, «punita» per amare Ciro, ragazzo transgender: «Liberiamoci dall’ignoranza»

La morte di Maria Paola Gaglione, rimasta uccisa per un incidente con la moto causato dal fratello, che non sopportava che la ragazza fosse fidanzata con Ciro, un ragazzo transessuale, porta a chiederci ancora una volta: dove ci porterà la paura del diverso? Parla lo psichiatra Giorgio RezzonicoLa paura è un sentimento appuntito, specie quando è alimentato dall’ignoranza. A pagarne le spese è stata Maria Paola Gaglione , una ragazza di 20 anni, speronata in via degli Etruschi ad Acerra, in provincia di Napoli, mentre era a bordo della moto insieme al suo ragazzo Ciro , transessuale. A tamponarla suo fratello, Michele. Per l’urto violento contro l’asfalto, Maria Paola non ce l’ha fatta ed è morta sul colpo, mentre Michele si è accanito su Ciro perché non ne poteva più di quelle voci malevole che circolavano a Caivano, dove abitano: la sorella, a detta sua, sarebbe stata «contagiata» da qualcosa che non le apparteneva e che non aveva mai manifestato prima: «Volevo darle una lezione, era infetta». Ora lui è agli arresti con l’accusa di omicidio preterintenzionale.

«In questa storia potrebbero entrare in gioco diversi fattori personali, dalla buona fama alla buona immagine della famiglia, anche se alla base di tutto c’è la percezione delle cosiddette “aberrazioni sessuali”» spiega lo psichiatra Giorgio Rezzonico , cercando di mettere ordine in una vicenda drammatica che affonda le sue radici verso un discorso, quello dell’identità di genere, che continua a creare molta confusione.

«È una sorta di violazione delle regole sociali sulla dimensione sessuale, un immaginario collettivo che lederebbe la dignità della persona annullando qualsiasi tentativo di partecipazione e comprensione sociale dell’altro», continua Rezzonico, «A livello collettivo queste violenze sono molto diffuse, sempre legate all’individuazione di un nemico che coincide con il diverso , con quello che non ci appartiene e che diventa la causa di tutti i mali, dall’immigrato al transessuale. Bisogna trovare qualcuno a cui dare la colpa».

In che maniera, però, possiamo liberarci da questa paura del diverso favorendo un percorso di accettazione di quello che non conosciamo? «La scuola in questo gioca un ruolo chiave, perché deve porsi come un luogo di apertura e di conoscenza dell’altro, un’entità democratica. Dovrebbe promuovere una serie di attività atte a favorire la consapevolezza che siamo tutti uguali e che non c’è nessuno che deve pagare per gli altri».

A colpire nel caso specifico di Maria Paola è come la paura e la rabbia del fratello Michele abbiano avuto la meglio su qualsiasi sentimento di protezione e di amore che poteva esserci nei confronti della sorella: «La paura e l’amore non sono conciliabili. Se scattano certi meccanismi, cercherai di difendere il tuo senso di identità che ti porterà a dire e a fare delle cose assurde, ma che per te sono ragionevoli. Tutto questo porta, però, a delle conseguenze che il ragazzo sconterà per sempre. La dimensione transgender potrebbe aver fatto maturare in lui certe fantasie, incidendo nel rapporto con la sorella fino a innescare questi meccanismi che si sono poi rivelati devastanti». Alla base di tutto c’è sempre un fattore determinante: l’ignoranza. In questo caso, legata al mondo transessuale e omosessuale. «La malainformazione in tema sessuale è qualcosa da non sottovalutare, ed è per questo che si può e si deve fare di più in futuro. Se si esce da certi schematismi rigidi riusciremo, forse, ad arrivare a un’idea di cultura più ampia a e completa. Le tematiche eticamente sensibili devono essere lette all’interno di una società che cambia e non sta mai ferma. Bisogna interpretare tutto questo in una logica di cambiamento, liberandoci di una cappa ideologica che sta diventando sempre più disarmante».

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