L’importante è finire

Come sarebbe stato maledetto il giorno che t’ho incontrato con un’altra, ultima scena? Un grande regista prova a immaginarla, per scoprire che, invece, si può avviare un nuovo seguito. E, forse, un prossimo filmL’importante è finire L’importante è finire L’importante è finire L’importante è finire L’importante è finire Questo articolo è stato pubblicato sul numero 32/33 di Vanity Fair Italia in edicola fino al 25 agosto

Tommaso Paradiso mi chiede di riscrivere, ripensare e reinventare il finale di un mio film e senza saperlo mi riporta a un rovello che nel mio mestiere, negli ultimi anni, si è ripresentato con spietata regolarità tutte le volte che mi sono messo a immaginare una storia. Almeno una volta su due, il finale mi pone dei dubbi. All’inizio della mia carriera – erano tempi diversi da quelli che stiamo vivendo ed era diverso anche il pubblico, meno desideroso di una carezza, di un messaggio consolatorio o di un lieto fine – in realtà non avevo nessun problema. Stabilivo sempre io la conclusione della storia, il produttore non eccepiva e le cose seguivano una certe linearità. Da quando lavoro con Aurelio De Laurentiis, le cose sono un po’ cambiate.

Aurelio è un produttore dialettico , si confronta con me sul finale (di solito lo vuole positivo) e il frutto da cogliere è un punto di incontro tra i suoi consigli e la mia idea autoriale che, ovviamente, cerco di non tradire. È un piccolo, impercettibile compromesso, che credo nasca dall’intelligenza degli interlocutori. Pur essendo consapevole delle ragioni di Aurelio, un signore che conosce come pochi i desideri del pubblico, non sono mai stato del tutto persuaso che il film soffra se ha un finale malinconico. In certe occasioni, potrei citare tanti miei film da Io e mia sorella a Bianco Rosso e Verdone, ho delineato un finale molto malinconico senza perdere nulla della vis comica della messa in scena. Il finale, comunque, è importantissimo.

Quando comincio a scrivere il soggetto penso subito a come devo iniziare il film, ma molto presto mi concentro su come terminarlo. A volte la soluzione, inattesa, arriva fuori tempo massimo e nasce dalla capacità di saper leggere lo spirito del tempo. Mentre scrivevo Gallo cedrone, io e i miei sceneggiatori, Benvenuti e De Bernardi, non sapevamo che pesci prendere.

Un giorno mentre cercavamo un’idea, ebbi un’intuizione: «Perché un trasformista, un bipolare come il protagonista, non lo buttiamo nell’agone politico? Scrissi il monologo del comizio in dieci minuti e poi corsi da Leo e da Piero per farglielo leggere. Risero fino alle lacrime e così passammo all’azione. Nel ripensare a un mio film per questo numero diretto da Tommaso, più che immaginare un finale diverso, ho pensato a un terzo tempo. Alla prosecuzione di una storia. Di una storia che mi è sempre piaciuta, quella che raccontai in Maledetto il giorno che t’ho incontrato . Credo sia uno dei miei migliori film: tutto deromanizzato, girato tra la Cornovaglia, Londra e Milano e testimone di un incontro felice: quello con una sceneggiatrice intelligentissima come Francesca Marciano con la quale mi completai a meraviglia e con un’attrice brava, elegante, sottile ed europea come Margherita Buy .

Maledetto il giorno che t’ho incontrato sta per finire e io e Margherita Buy, attraversata una fase difficile, dopo aver litigato abbiamo fatto pace e ci prepariamo a uscire in una Londra nebbiosa, perfetta per l’amore ritrovato. Di per sé l’equilibrio è ancora delicato. Lei ha sbagliato a registrare l’intervista decisiva per il mio lavoro di biografo delle star defunte e io mi sono arrabbiato. Ha spinto male il pulsante, non ha impresso il sonoro, mi ha rovinato il sogno di scoprire finalmente – grazie a una testimonianza esclusiva – la verità sulla morte di Jimi Hendrix e l’ho aggredita verbalmente. Poi mi rendo conto di aver esagerato, mi pento della mia reazione, la perdono, le dico di non pensarci più e la invito a cena per dimenticare Hendrix con ostriche e champagne.

Proprio quando sembra tornare il sereno, sento bussare alla porta: penso che sia Margherita pronta a uscire e invece a sorpresa sul ciglio della mia stanza d’albergo si palesa Elisabetta Pozzi , la mia vecchia fiamma, mollata dal fidanzato giornalista e chiaramente intenzionata a riallacciare il rapporto con me. Io non ho il coraggio di dire niente, mi prendo un tranquillante di nascosto, mentre lei entra in bagno, si fa subito una doccia e comincia a fare ad alta voce dei pensieri su di noi, sul domani e sul futuro. Nel vero film la lascio parlare, raggiungo a perdifiato Margherita e una volta in strada blocco il taxi su cui è seduta. Lei si è accorta della Pozzi e vorrebbe andare via . La fermo, le dico che mi sono innamorato di lei e Billa, il nome di Margherita nel film, dopo qualche titubanza risponde «anche io» prima che ci si baci e il taxi possa andare verso il Ritz con il suo carico di promesse e riconciliazione. A questo punto, dopo una dissolvenza, lo scenario cambia repentinamente.

Dopo alcuni anni, vediamo scene di grande felicità della coppia. Io e Margherita ci siamo probabilmente sposati e dai nastri rosa alla porta e dalle continue visite dei parenti lo spettatore intuisce che abbiamo messo al mondo una figlia. Ma un’altra dissolvenza porta in avanti la storia e ci mostra l’altro lato della medaglia. Alla giovane età di sei anni la bambina è già ingestibile, violenta, prevaricatrice e molto aggressiva. Rende la vita impossibile ai genitori che dopo anni di lontananza dall’analista sono costretti a portare la figlia da uno psicologo dell’età evolutiva rivivendo in qualche modo una parte importante del proprio passato.

Ma la situazione non migliora e dopo un cartello a nero: «Sei anni dopo» veniamo bruscamente proiettati in un interno di famiglia distrutto. La coppia inizia a vacillare: non fa più all’amore, i silenzi sono più frequenti dei dialoghi, l’apprensione prende il sopravvento e dopo aver provato a salvare il loro matrimonio con un’inutile terapia di coppia e dopo aver litigato anche davanti all’analista che li caccia dallo studio, i due si arrendono

all’adolescenza selvaggia di una figlia irredimibile e si separano. Passano gli anni. La bambina è diventata maggiorenne. I genitori hanno visto i sorci verdi. E ognuno dei due accusa l’altro di essere stato inadeguato e manchevole. Margherita è provata, ha smesso di curarsi e non sa più cosa fare con la ragazza. L’hanno sorpresa a rubare nella borsa di sua madre e poi, addirittura, in un grande magazzino. Io perdo la testa. Affronto mia figlia con durezza, mi illudo di aver messo le cose a posto e invece una notte scopro che è fuggita. A quel punto inizia quasi un altro film: io e Margherita ci mettiamo alla ricerca di nostra figlia. Abbiamo pochi indizi e nessuna certezza. Ma in questo inseguimento alla cieca da nord a sud, i due riacquistano ciò che avevano perduto per strada: un feeling, un’idea di alleanza, una nuova comprensione reciproca. Durante il viaggio ce ne capitano di tutti i colori, ma invece di abbatterci ci riscopriamo più forti, uniti e capaci di confessarci le nostre debolezze. Alla fine ritroviamo noi e anche la ragazza. Era scappata per amore di un trentenne che a un tratto le ha intimato di sparire accusandola di aver equivocato un rapporto sessuale occasionale per una storia d’amore. Era la sua prima avventura amorosa.

Ne esce ferita. È delusa e spaventata, ma è cambiata. Il film si chiude in treno. Nostra figlia esausta si addormenta sulla mia spalla, ma con la mano tiene la mano della madre. Si capisce che il terzetto si è riunito e che grazie alla ricerca e poi al ritrovamento della figlia i due adulti ritrovano l’amore e l’armonia. Magari questo film lo faremo. Si soffre, ma c’è il lieto fine. Sono sicuro che piacerebbe anche ad Aurelio De Laurentiis .

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