Louis Vuitton e le scarpe degli altri

Louis Vuitton Fiesso d'Artico

Un artigiano conta a mente i buchi che farà nella pelle del mocassino, l’altra lo lucida con due dita. Una stira i sandali, l’altro costruisce tacchi iperbolici. Visita al polo, tutto italiano, delle calzature Louis VuittonQuesto articolo è stato pubblicato sul numero 29 di Vanity Fair , in edicola fino al 28 luglio.

Ding. Dong. Ding. Dong . Il rumore è meccanico. Piccoli ritagli di pelle si tendono e si stendono. La prima ipnosi avviene nel laboratorio in cui lavora Andrea, 41 anni: in un’altra vita si occupava dei crash test di automobili, qui al calzaturificio Louis Vuitton, o meglio, alla «manifacture de souliers» di Fiesso d’Artico – Riviera del Brenta, dove l’arte delle scarpe inizia dalla scuola dei calegheri veneziani nel 1278 e finisce oggi in un distretto che copre più del 20% della produzione italiana di calzature –, testa la resistenza del materiale e molto altro. Per scongiurare eventi infausti, come per esempio «che il tacco di una signora si incastri in un sanpietrino, si scolli e lei cada». È molto orgoglioso del suo controllo di qualità che, spiega, non serve solo alla soddisfazione dei clienti ma anche ai pass doganali: Louis Vuitton è uno dei pochi marchi del lusso che riesce a vendere le sue scarpe in ogni angolo del globo, perché le testa a seconda degli standard di tutte le aree. «A Dubai, dove fa più caldo o è più umido, bisogna avere parametri diversi. In California alcune pelli sono bandite…».

Accanto al laboratorio c’è l’ufficio di Emanuele, coordinatore stile donna, il tramite tra la creatività degli stilisti e la realizzazione dell’idea. «Non ci si annoia mai. E spesso l’adrenalina è altissima: può capitare che tre giorni prima della sfilata ci arrivi il disegno di un sandalo con un tacco che sfida la gravità, e ci dobbiamo appoggiare a un’azienda che costruisce aerei per poterlo creare». Me lo mostra: sembra un tacco innestato su un altro, all’apparenza innocuo. «Per reggere il peso e stare su, senza spezzarsi, bisogna fare un ragionamento ingegneristico senza però tradire il disegno». Emanuele indossa delle sneakers Louis Vuitton: sono sue. Capirò solo dopo che non è un dettaglio.

Addentrandoci nell’atelier – un involucro di cemento rivestito con un mantello che scherma la luce e forato da ampie vetrate – appare Matteo, 25 anni, apprendista formier . Ha studiato da odontotecnico e poi ha cambiato tutto, frequentando il famosissimo Politecnico Calzaturiero della zona: ora cerca di imparare il mestiere dai più esperti Gigi e Manuele, che costruiscono con il legno di carpino la forma tridimensionale del piede, affinché poi possa essere replicata in cloni di plastica per la produzione industriale. «In realtà qualcosa in comune con i miei studi c’è: prima facevo i calchi dei denti, ora li faccio delle scarpe», confessa.

Passiamo all’area del finissage delle scarpe da uomo, dove le suole vengono incollate e le tomaie colorate, montate, spazzolate, lucidate con uno straccio di cotone, un goccio d’acqua e la cera. Un movimento fatto, per esempio, da Elisabetta, con due dita, che può durare dai 15 minuti all’ora. In un angolo, tra le macchine, appare un omino che sembra uscito da un presepe, chino su una suola che cuce alla pelle della tomaia. È seduto su una seggiola bassa e tra le gambe stringe la scarpa, nelle mani ago e filo. Si chiama Roberto, ha 57 anni. «Cucio le scarpe da quando ho 12 anni, lo facevano già mia mamma e mio papà, era il mio gioco. Di mattina andavo a pescare, il pomeriggio cucivo. Mia madre se ne accorse, a un certo punto, perché andò al colloquio dei professori che le chiesero: Roberto chi? Non mi avevano mai visto. Lei voleva che io facessi ragioneria, non amava cucire le scarpe, io invece lo adoravo. Il 20 maggio del 1980 è stata la prima assunzione, ho superato i 40 anni di lavoro». Roberto è uno dei pochi in grado di realizzare a mano la cucitura Goodyear e Norvegese, finendo un paio di scarpe in tre ore. «Vado a occhio, non uso computer e non ho neanche il cellulare con il… Come si chiama? Touch». Lo smart­phone non gli serve.

Ho cucito per i due presidenti, Ciampi e Napolitano, e per il Papa, ma non questo, quello di prima… Ratzinger

«Con Louis Vuitton ho girato il mondo, io che non avevo mai preso un aereo. Mi portano alle inaugurazioni dei negozi, a Shanghai, Mosca, Hong Kong, Tokyo, per fare le dimostrazioni… Una volta a Sydney un signore si sedette davanti a me per due ore a vedermi lavorare, poi comprò nove paia di scarpe». Si sono innamorati delle sue scarpe persone qualunque e no. «So che ha acquistato le mie scarpe Magic Johnson, il giocatore di basket… E poi Schwarzenegger, e Stallone. Poi ho cucito per i due presidenti, Ciampi e Napolitano, e per il Papa, ma non questo, quello di prima… Ratzinger. Io non ci credevo, poi ho aperto la scatola: tutti mocassini bianchi con gli stemmi del Vaticano». Quando cuce non pensa a niente, è concentrato sulle scarpe, «sennò sbaglio, faccio tutto a occhio». Nei rari attimi di distacco dal lavoro è riuscito a innamorarsi e a sposarsi, a fare una figlia che però di scarpe non ne vuol sapere.

Nel reparto sneakers ci accoglie il capo reparto, Pasquale, 41 anni. «Sono di Napoli, vengo da una famiglia di calzolai» , ed è in grado di individuare un paio di scarpe contraffatte «da un chilometro». Suo padre ha vinto alla lotteria, ed è riuscito a mettere insieme un’azienda. «Io però volevo lavorare nella casa madre e quindi sono venuto qui, mi trovo benissimo». Pasquale indossa delle sneaker Louis Vuitton, sul lato c’è il nome di tale «YAN». «Non sono mie, le sto testando: devo verificare se le bande laterali perdono colore».

Tra i più giovani dell’atelier c’è Carlo, 31 anni, che fa il montatore accanto a Fabrizio, 54, mentre la manovia alle loro spalle scorre millimetricamente ma inesorabile, a dare il ritmo del lavoro. «Lui ha il lavoro e la famiglia, io gli racconto della palestra, delle mie avventure». Otto ore in piedi, con pausa pranzo o pausa, a lucidare e stirare le pelli. Il finissage delle scarpe «donna elegante» occupa almeno il 10% delle 250 operazioni che servono per fare una scarpa. Thin-Nhu e Anita lisciano la pelle all’interno dei sandali con dei ferretti bollenti e getti di aria calda e vapore: qui il dettaglio è fondamentale. Da alcuni macchinari spuntano delle gambe di metallo che non sanno di indossare centinaia di stivali per stendere e ammorbidire la pelle. Con  un attrezzo simile a un matterello, poi, qualcuno massaggerà le cuciture per renderle più sottili. Questo è il regno di Anna, da 45 al lavoro. «A quattordici anni tornavo a casa piangendo, in fabbrica mi spaccavo la schiena. Adesso sono io che gestisco e sono orgogliosa del mio lavoro, me piase. Ai ragazzi dico sempre: non venite a lavorare qui perché c’è un grande marchio, ma per fare un lavoro fatto bene». Sorride Gianluca, 23 anni, da tre sotto di lei. Aveva fatto il liceo scientifico, poi qualcosa lo ha deviato dalla laurea in Fisioterapia alla moda. Lucida tacchi a stiletto e sandali gioiello: rappresenta una sfida, vinta, di Louis Vuitton: inserire dei ragazzi in un settore tradizionalmente più femminile. «Il mio sogno è, un giorno, lavorare nell’ufficio stile», spiega. «Essere non alla fine, ma all’inizio della produzione». Nel frattempo accompagna la fidanzata nei negozi a fare shopping ed è il tormento dei commessi: «Insisto sempre perché provi diverse paia, non mi fido di uno solo».

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