Maria Grazia Cucinotta, un estratto da «Vite senza paura»: «Quell’uomo che mi afferrò il collo»

L’attrice rivela, nel nuovo libro da oggi in libreria e qui in esclusiva, di essere stata anche lei vittima. Aveva 20 anni, faceva la modella e si era appena trasferita a Parigi. Un messaggio contro la violenza e contro i pregiudizi, e perché non si chieda più a una vittima «com’era vestita»Maria Grazia Cucinotta è sempre stata in prima linea nella lotta alla violenza di genere, tanto da aver fondato nel 2019 la onlus Vite senza paura. E ora l’attrice e regista, 52 anni, torna alle radici di quel dolore, rivelando di essere stata anche lei vittima. Aveva 20 anni, faceva la modella e si era appena trasferita a Parigi. Un giorno, nell’androne del palazzo in cui abitava, ha subito l’aggressione di un uomo. Si è salvata per miracolo, riuscendo a rifugiarsi all’interno del suo appartamento. Quando ha denunciato l’agressione alla polizia, Maria Grazia si è sentita dire che doveva aspettarselo: «La sua bellezza mediterranea lo aveva sicuramente provocato». Quella violenza e quelle parole l’attrice non poteva e non le ha mai dimenticate. Le ha volute mettere nero su bianco in Vite senza paura. Storie di donne che si ribellano alla violenza , in libreria dal 13 ottobre per Mondadori, aggiungendo alla sua le storie di tante altre donne. Contro i pregiudizi, perché non si chieda più a una vittima «com’era vestita», e nemmeno che la violenza possa essere una conseguenza del «troppo amore».

Qui in esclusiva un estratto dal libro Vite senza paura .

Tum tum tum. Il battito mi sta perforando i timpani. Dall’interno. Il cuore è fuori posto e fuori controllo, esiste solo lui, il resto del corpo non lo percepisco più. Il suono giusto è tum tum tum, non bum bum bum. È più duro, una marcia quasi meccanica. Non l’ho mai sentito così prima d’ora. Non somiglia a niente che conosca. Non è il battito cardiaco del mio primo bacio. Non è quello della più grande emozione né quello del peggiore spavento. Sembra più un rintocco verso la fine. Gli ultimi passi accelerati di un conto alla rovescia. Domina e rimbomba. Il fischio alle orecchie è insopportabile. Mi sento una pentola a pressione con la valvola di sicurezza che sta per esplodere. Tum tum tum. Mi viene da portare le mani alle orecchie per soffocarlo, ma le mani mi servono. E non mi posso permettere di svenire. Se svengo, Lui mi prende. Non so nemmeno chi sia, Lui. Uno sconosciuto qualsiasi che in poche manovre, prendendomi alle spalle, sta tentando di portarmi via i miei vent’anni, la mia vita e le tante altre che contiene. Ogni tappa del mio percorso mi passa davanti, nitida e velocissima, come un film di cui il cervello fa regia e montaggio. La voce di mia madre in questo momento è un’eco in qualche retrovia della mia mente: «Non andare in giro da sola». È una frase antica e recente. Risale a quando ho messo per la prima volta il naso fuori di casa per andare a sbucciarmi le ginocchia e all’ultima volta che ci siamo sentite al telefono, ieri, un secolo fa. È così per ogni donna. Noi siamo allevate dalla paura, ci fa da tata sin da piccole. Ci sviluppiamo nel terrore e impariamo a conviverci. Attenta a questo, attenta a quello. Non fare tardi. Con chi vai? Siamo abituate a guardarci le spalle, a passarci le raccomandazioni di generazione in generazione . Il mondo esterno non ci viene mai dipinto come un luogo sereno e accogliente, ma come una giungla piena di pericoli, riservati solo a noi, nate di sesso femminile. Sono talmente ovunque che, per evitarli, non dovresti vivere. Dovresti nascere per crescere nella culla e, quando le misure non lo consentono più, guadagnarti una stanza, per poi spostarti al massimo in cucina. E non è detto che lì sarai al sicuro. Anzi. Per una donna, vivere è da subito un atto di coraggio: esce e mette in conto di essere una preda. Lo sa in ogni momento, anche quando se ne dimentica.

Tum tum tum. Il cuore mi sta uscendo dal petto. Me ne sono andata di casa che ero una diciottenne piena di difetti: troppo alta, troppo magra, troppo formosa . Prima mi sono trasferita a Brescia da mio fratello, poi mi hanno ospitata a Milano Graziella e Amanda, due lontane cugine. Facevo la modella. Per chi è del Sud, l’idea di lavoro è quasi sempre una linea verticale. Ore e ore di treno verso un punto qualsiasi al Nord. Che poi a sua volta diventa Sud di qualcos’altro, perché continui a credere che più sali geograficamente, più le condizioni di lavoro migliorano. Saresti pronta ad arrivare al Polo, ma nel tragitto non fai che scoprire quanto sei meridionale e orgogliosa di esserlo. Dopo Milano sono approdata a Roma perché mi è stato affidato il ruolo di odalisca nella trasmissione di Renzo Arbore, Indietro tutta!, che mi ha garantito l’indipendenza economica. La prima cosa che mi sono concessa è stata un biglietto per Parigi. È bastato un fine settimana per innamorarmene perdutamente, come ci si innamora di ciò che è irraggiungibile. Da ragazzina, il paese estero che può sembrarci più lontano è quanto di più vicino all’idea di libertà. E così, al rientro dal soggiorno parigino, ho chiesto alla mia agenzia se avesse una sede nella capitale francese. Ne ho avuto la conferma, ho fatto in fretta e furia le valigie e ho affittato un appartamento nel centro di Parigi.

Ora sono tre mesi che passo le giornate fra un casting e l’altro, girando in tuta, con i capelli raccolti e senza trucco, perché ai selezionatori non interessa il mio look ma il mio book. L’ho portato in ogni ufficio come una venditrice porta a porta, facendo il fattorino delle mie stesse foto. Alcuni degli scatti più belli li ha realizzati mio fratello, ma questo i selezionatori non lo sanno. A Messina mi arrangiavo con qualche lavoretto e, quando andava bene, guadagnavo centocinquantamila lire al mese. Un book fotografico ne costava cinquecentomila. Mezzo milione per delle foto. Siamo pazzi? Mio fratello Gaetano, che ha una decina di anni più di me e nel tempo libero immortalava matrimoni e comunioni, è stato l’autore del mio book. Ne vado fiera più che se fosse una firma di grido nella moda. A Parigi sono un’anonima aspirante modella. Per le pubblicità, non certo per le sfilate . Avrei voluto fare l’indossatrice, ma le indossatrici non hanno seno, e io la quinta, quasi sesta taglia, non la posso proprio nascondere. Sono appena tornata dall’ennesimo provino. Acqua e sapone, solita tuta, capelli raccolti. Invisibile, tranquilla. Tranquilla, in fondo, perché invisibile. Sono rientrata nel pomeriggio presto, mi sono fermata nell’androne, ho chiamato l’ascensore. Con la coda dell’occhio ho visto entrare dietro di me un signore, distinto, in giacca, cravatta e ventiquattrore. Avrà avuto sui trentacinque anni. Non lo conosco, ma sono qui da poco.

«Sarà uno degli inquilini di questo palazzo» ho pensato. Un manager, a giudicare dalle apparenze. Poi mi sono sentita toccare il sedere e non ho fatto in tempo a voltarmi. Mi ha afferrato il collo, ha incastrato la mia gola nella piega del suo gomito e ha cominciato a stringere. Con l’altra mano adesso tenta di strapparmi la felpa. Non sta accadendo a me . Non può accadere a me. Sono congelata. Ho la lingua bloccata. Dalla mia bocca escono soltanto rantoli. Dalla sua, parole in francese che non capisco. Tum tum tum. La pressione mi spacca i timpani. Ho la vista annebbiata e bisogno di aria. Non c’è nessuno che mi veda? Nessuno che mi senta? Nessuno che apra la porta? Sto morendo strangolata. Cerco di schiacciargli i piedi con i talloni, di dare calci all’indietro. Non so come, riesco a fargli allentare di pochissimo la presa, ne approfitto per divincolarmi, Lui mi strattona e scivola sul pavimento di marmo allontanandosi di un paio di metri. È un verme convulso che non vuole rimanere a terra. Arriva l’ascensore, fa il singhiozzo più bello del mondo e mi infilo dentro. Premo il bottone e torno a incamerare più ossigeno che posso. A metà piano la cabina si arresta e così il mio battito. Lui ha fatto saltare i contatti, a furia di scardinare la porta al piano terra. Mi vedo dentro una bara. Questo ascensore sarà la mia ignobile cassa. Premo tutti i numeri più alti della bottoniera e riesco a farlo ripartire. Arrivo al mio piano. Mi tremano le mani e non riesco a infilare la chiave nella toppa del mio appartamento. Sembra l’operazione più complicata della storia . Non so come sia possibile. Le dita non si fermano o è la serratura a spostarsi? Nel panico ho dimenticato di lasciare aperta la porta dell’ascensore. Avrei guadagnato qualche minuto, costringendo il mio aguzzino a fare parecchie scale. Invece la porta dell’ascensore si è chiusa dietro di me, e ho sentito subito la chiamata al piano terra. Lui sta venendo a prendermi. La mia vita dipende da una maledetta serie di dentini che non trovano la giusta corrispondenza nella toppa. Faccio un respiro profondo. La fretta mi tradirà, la lentezza mi darà una possibilità di cavarmela. Anzi, non è lentezza, anche se è così che la percepisco. È la presenza di me stessa in questo semplice gesto. Clic. Il clic lo fa la mia serratura nel momento stesso in cui lo fa la porta dell’ascensore al mio pianerottolo. Entro in casa, chiudo a cento mandate e metto tutti i mobili a mo’ di barricata. Armadio, scrivania, credenza, tavolo, sedie. Peso solo quarantanove chili eppure riesco a spostare tutto con una forza e una rapidità che in condizioni normali non potrei mai avere. Mi viene in mente che l’appartamento ha una doppia entrata e corro a rinforzare anche quella, con il divano e un altro tavolo. Per un po’ ho nelle orecchie il suono delle sue mani che battono sui muri esterni. Poi più niente. Temo che non uscirò mai di qui. Per me Lui sarà sempre lì fuori.

Chiamo il mio agente Alexandre. Non parlo francese e cerco di spiegarmi in un pessimo inglese, prendendo grandi boccate d’aria, per compensare tutta quella che mi è mancata nei pochi minuti dura-ti un’eternità. Mi sembra che Alexandre faccia finta di non capire, eppure il pianto ha un suono universale. Non gli conviene comprendere quello che gli sto dicendo perché sono le cinque meno dieci, quasi l’orario di chiusura dell’ufficio, e se ne andrebbe volentieri a casa. Sento i suoi pensieri sbuffare, ma la voce mi promette che arriverà presto. «Mi trovo all’estero» per la prima volta è una considerazione negativa. Più che un senso di libertà, avverto un senso di abbandono. Mi trovassi a Messina, starebbero già in trenta sul ballatoio, e anche l’inquilino più freddo mi avrebbe concesso una parola più calorosa delle risposte di Alexandre. Sono combattuta. Voglio accanto qualcuno e non voglio aprire a nessuno. Il mio aggressore c’è, anche se non c’è più. È dentro casa con me, un incubo in carne, ossa e cravatta. Non riesco a togliermelo di dosso. Mi lavo, mi strofino le mani fino a spellarmele. Mi volto in continuazione, per non lasciare mai le spalle scoperte. Mi fa malissimo il collo ma non riesco a smettere di voltarmi. Sono la protagonista di un film di Hitchcock. No, lui preferiva le attrici bionde. Quando suona il campanello, salto per aria. Mi accerto che sia effettivamente Alexandre. Lo fisso dallo spioncino. In mano stringo un coltello preso in cucina. Scaccio i pensieri paranoici: e se Alexandre fosse un complice? Se avesse architettato tutto con Lui? Non mi fido di nessuno ma devo farlo. Sposto ogni mobile con molta più fatica di prima e lo faccio entrare. Gli chiedo di chiamare subito la polizia, che se la prende molto comoda. Arrivano due agenti della police nationale in uniforme blu. Mi fanno domande, capisco che devo rispondere ogni volta che fermano quella valanga di erre mosce e parole tronche. Alexandre fa da intermediario. Sono un’italiana che parla un po’ di inglese e si rivolge a un francese che lo parla peggio di lei, per farsi tradurre e così comunicare con un poliziotto che però risponde in un incomprensibile bretone.

Lost in Translation: come sentirsi sola pur essendo circondata da persone. Di fronte alle perplessità dell’agente, provo a mimare qualcosa ma sembro ridicola. Non è un film di Hitchcock, è una comica di Louis de Funès tra i gendarmi. I dettagli importanti si perdono per strada, questo è chiaro a tutti, perciò l’agente mi prega di seguirlo in commissariato, dove ci sarà un interprete italiano. Appena entrata nell’atrio del commissariat, mi sento vagamente a disagio. Tutti mi fissano, sospendono il lavoro che stanno svolgendo per seguirmi con lo sguardo. Avrò l’aria di un’assassina. Attraverso un lungo corridoio su cui si affacciano varie stanze. Anche lì, mentre passo scortata, sembra si giochi a Un, due, tre, stella. L’uomo che sta scartabellando si blocca, quello che sta parlando si interrompe. Da una stanza esce un poliziotto che si mette a braccia conserte, appoggiato allo stipite della porta, come fosse affacciato a un balcone. «Cosa c’è da guardare?» avrei voglia di chiedergli. Non ho visto una donna in tutto l’edificio. Ho la sensazione di non essere la parte lesa che va a denunciare un’aggressione, ma una giunonica ragazza che turba un ambiente maschile e maschilista. Le pareti puzzano di testosterone. Mi portano in una stanza, dove vengo ricevuta in udienza da tre agenti: il capo seduto alla scrivania, sui cinquant’anni, e gli altri due in piedi alle sue spalle, un po’ più giovani. Mi guardo intorno e non c’è ombra di interpreti. In compenso l’addetto all’interrogatorio capisce l’italiano e lo parla quanto basta. Mi fa accomodare e mi invita a raccontare tutto. Lo faccio, scandendo bene le frasi per rendergli il compito più facile. Mi ascolta con attenzione, senza mai intervenire. Dico quello che devo dire, con fatica emotiva, perché ripassare nei dettagli la vicenda è come riviverla. Appena finisco, mi chiede: «Adesso mi racconta come sono andate le cose?». Alzo gli occhi verso gli angoli del soffitto per accertarmi di non essere al centro di uno scherzo televisivo. Non lo sono. Allora domando: «Vuole che ripeta tutto?». «Oui, tutto.» Ricomincio daccapo, stavolta però mi interrompe con delle domande. Ma non con le domande giuste. Mi chiede cose che non c’entrano niente: perché mi sono trasferita a Parigi, perché ho lasciato l’Italia, perché vivo da sola, chi mi paga l’affitto… Una donna deve essere per forza la mantenuta di qualcuno. Indaga su di me e non su di Lui, come se il mio curriculum incidesse su ciò che mi è accaduto, come se esistesse una versione dei fatti e non una verità assoluta. Ogni tanto ricapitola e aggiunge qualche specifica: «Alors, lei non conosceva quest’uomo, giusto?». «No.» «E lui l’ha aggredita alle spalle?» «Sì.» «Cosa indossava lei?» «Come, scusi?» «Com’era vestita?» «Così, come adesso.» Le facce dei due agenti alle sue spalle non hanno un’e-spressione seria. Il più magro dà una leggera gomitata all’altro, che tossisce per nascondere un sorrisetto. «È sicura di quello che è successo?» riprende il capo. «Sicurissima. Sennò perché sarei qui?» «Non è che è semplicemente caduta?» Vorrei picchiarlo e poi dirgli che mi dispiace sia rotolato dalle scale. Mi controllo e non gli rispondo. Mi limito a esibire i segni che ho dappertutto. Sul collo, sulle braccia, sul viso. Parlano da soli, è impossibile che me li sia procurati cadendo. Data l’evidenza, mi permetto una domanda retorica: «Non mi crede?». «Bon, sei mediterranea, lo hai sicuramente provocato.»

I due agenti concordano, mi deridono perché sono italiana e formosa. Mi dà fastidio la confidenza che il loro capo si è preso, passando dal lei al tu. La frase mi si stampa dentro come un tatuaggio. Non so se sia peggio essere strangolata o non essere creduta. Ho la nausea, devo dare di stomaco. È la vertigine davanti al vuoto. Non ho più appigli. Pensavo che le forze dell’ordine mi sarebbero venute a salvare, invece mi danno il colpo di grazia. Non guardano le mie ferite ma il resto del corpo, troppo provocante per poter essere innocente. Usano gli stessi occhi del mio carnefice. Un fisico di questo tipo è un invito alla violenza. Sono io la colpevole. La mediterranea che ha provocato. Vorrei ribadire che non ho provocato nessuno, che indosso una tuta e una felpa, che Lui mi ha presa di spalle, che non c’è stato alcuno scambio che desse adito a un contatto, invece sto zitta. Sto zitta per rabbia, perché se anche avessi avuto una minigonna inguinale, se avessi flirtato con quell’essere, se lo avessi provocato con la mia irresistibile mediterraneità, non c’è legge che gli permetta di toccarmi, figuriamoci di strangolarmi. Devo spiegarlo io ai tutori di quella stessa legge? Mi sento sola. La più sola del pianeta. Voglio tornare in Italia. Dopo aver seguito la procedura, l’agente in capo mi dice: «È tutto, può tornare nel suo appartamento».

«Scherza?»

«Il pericolo è passato.»

«E chi me lo assicura?»

«Non ci sono gli estremi per ritenere il contrario.»

Gli rispondo incredula e infuriata: «Scusi, quell’uomo non si è fermato davanti a nulla. Mi ha aggredita in un palazzo in pieno giorno e quando sono scappata mi ha inseguita. Mi sono barricata in casa e ha battuto sui muri. Probabilmente mi aveva già vista e chissà da quanto premeditava quello che ha fatto» . L’agente non è impressionato. Già, dimenticavo che questa è solo la mia versione dei fatti. Con la razionalità non ottengo nulla, perciò mi concedo una crisi isterica. Urlo, piango, batto i pugni. Gli uomini vogliono sempre spegnere le grida di una donna. Se non per pietà, per fastidio uditivo. Così ottengo che mi portino a dormire in un luogo fuori zona e che mi riaccompagnino nel mio appartamento l’indomani, per fare i bagagli e tornare a casa. E per «casa» non intendo quattro pareti sicure, ma la stretta di un abbraccio, il silenzio di chi mi ascolterà e conforterà senza dubitare di me e senza chiedermi com’ero vestita.

(Si ringrazia la casa editrice Mondadori)

Vite senza paura. Storie di donne che si ribellano alla violenza (Mondadori).https://www.vanityfair.it/people/italia/2020/10/13/maria-grazia-cucinotta-agressione-parigi-libro-violenza-contro-le-donne