Martina Trevisan, dall’anoressia al Roland Garros: «La tenacia è la mia forza»

Una storia di riscatto quella della tennista toscana che a Parigi ha conquistato tutti scrivendo una bella pagina di tennis e un meraviglioso racconto di vitaA ogni colpo, accompagna un grido. Così, ogni volta che la sua racchetta prende a sberle la pallina, Martina Trevisan urla in faccia alla vita: «ti ho ripresa e ora sei mia». A Parigi a inizio ottobre, la tennista fiorentina del team di Le Coq Sportif , ha sbalordito tutti, raggiungendo i quarti di finale del Roland Garros , partendo dalle qualificazioni come 159esima nel ranking mondiale. Prima di allora, Martina non aveva mai vinto una partita in un torneo dello Slam e la sua impresa ha tutte le caratteristiche per diventare una moderna favola di riscatto e rinascita.

Quella di Martina Trevisan è una storia che le sue vittorie hanno riportato alla luce e che lei stessa ha voluto raccontare per poter dare testimonianza di un periodo buio della sua vita , superato grazie a ciò che più di tutti la distingue: la tenacia. Perché contro l’anoressia , la partita che si gioca è dura come cinque finali di Slam una di seguito all’altra.

Nata il 3 novembre del 1993 a Firenze, a 16 anni Martina era una stella del tennis, capace di confrontarsi già con i grandi nomi di questo sport. Al suo fianco il fratello Matteo, ex numero 1 ATP a livello junior, in una sorta di confronto costante tra le promesse della terra rossa e una pressione, prima latente poi sempre più dichiarata, sul futuro da grandi numeri uno.

È allora che si rompe qualcosa, quando al culmine della sua forma e su un trampolino che l’avrebbe fatta balzare nel “mondo dei grandi”, il suo corpo si blocca, le gambe si irrigidiscono e lo stomaco si chiude, letteralmente. Le tensioni in famiglia, le pressioni sul suo rendimento, un macigno troppo pesante per un’adolescente che ha sacrificato la sua età per essere ciò che altri si aspettavano. Un vortice che andava veloce e che poco alla volta la stava risucchiando verso il basso, in uno stato di apatia e distaccamento in testa e di malessere nel corpo.

Fino a lasciare il tennis, fino a non mangiare, fino a una bilancia che indicava 46 chili di magrezza e malessere. Quattro anni di buio, fino al 2014, al ritorno, per una lenta risalita a cui ancora oggi dice grazie alla psicologa, al suo allenatore Matteo Catarsi e che ha trovato a Parigi, al Roland Garros, la sua consacrazione. Almeno per ora.

«Non è stato il tennis a salvarmi, ma di sicuro mi ha dato un grande mano», dice Martina Trevisan. «Mi ha insegnato a risolvere le problematica in una maniera diversa rispetto a come ero abituata. Mi facevo spesso prendere dall’ansia e dalla fretta di risolvere immediatamente, mentre lui mi ha insegnato a gestire le difficoltà. È stato terapeutico».

Pensa che lo sport possa essere un buon aiuto per chi, come lei, soffre o ha sofferto di disturbi alimentari?

«Quello va di storia in storia, per me lo è stato, ma non posso dire che può valere per tutti. Però sono sicura che il fatto di avere un obiettivo forte aiuti a non creare confusione, ma a vedere la strada da percorrere per raggiungerlo. Inoltre avere la possibilità di mettersi in gioco e trovare una soluzione nella difficoltà sono due insegnamenti che vorrei poter trasmettere e raccontare, anche oggi che sto bene. Come sul campo, così nella vita, anche quando sei in vantaggio devi saperlo gestire».

Cosa l’ha conquistata del tennis?

«Sono nata con una racchetta in mano visto che mia madre è Maestra e fino al sesto mese di gravidanza ha continuato a far lezione. È stato un amore a prima vista e mi è piaciuto fin da subito. Ho cominciato a 4 anni, adoravo stare al circolo, giocavo al muro da sola e, quando sono cresciuta, mi è piaciuto fin da subito giocare contro un avversario. Mi piaceva essere da sola nel campo e lottare, vincere, confrontarmi con il mio avversario e sapere che ogni vittoria è tua e tua soltanto».

Mai sofferto di “solitudine sportiva”? Essere da sola in campo?

«No anzi, la vedo come un cosa positiva, perché nel campo sei solo tu davanti alle scelte, così come quando vinci e quando perdi: sei tu! È una sfida che ti porta a dover ragionare e ricercare la soluzione in quel momento lì. Ma quando esco dal campo, so di ritrovare le persone che stanno con me e mi aiutano nella quotidianità e negli allenamenti».

E questa logica nel trovare soluzione in fretta la applica anche alla vita?

«Nella vita ovvio che hai più tempo di elaborare una difficoltà, per ragionarci. Nel tennis no, hai quei 25 secondi tra un punto e l’altro dove devi cercare di essere più lucida possibile. Non so se applico questo prima nella vita e poi nel tennis o viceversa però cerco di avere la stessa mentalità che ho in partita anche nella vita dove ho più tempo e dove voglio mettere in campo quella tenacia e determinazione nel raggiungere un obiettivo. Quando voglio una cosa, la devo raggiungere. Ma attenzione, intendo un “devo” positivo, cioè il cercare ogni soluzione possibile per raggiungere quello che voglio».

Eppure a un certo punto la voglia di giocare a tennis non c’era più…

«Nel 2010 avevo la nausea e per i primi tre anni non ho minimamente toccato la racchetta. Non andavo al circolo, non frequentavo più le persone potessero riportarmi lì. Il tennis c’era ovviamente, non era una cosa che avevo scordato, era lì accanto a me, ma non lo toccavo con mano. Sentivo che avevo bisogno di sistemare altre cose prima di focalizzarmi sulla mia passione. Lo senti quando non stai bene e fai fatica a pensare alle cose belle, a svegliarti. Sapevo che la mia passione era lì, ma non volevo considerarla, convinta che se doveva essere, sarebbe stato. Sono un po’ fatalista, ma lo sentivo. Se lo senti e ci credi hai buone possibilità che succeda, anche se allora avevo perso la mia tenacia».

Pensa sia questa tenacia ad averla fatta reagire?

«Penso sia stata la presa di coscienza di aver bisogno di un aiuto. La tenacia è tornata per farmi riprendere in mano la mia vita. L’immagine è questa, di me che mi allontanavo dal mondo, andavo su un altro pianeta. Se fossi stata meno forte, forse non avrei avuto il coraggio di ricominciare, di parlarne e di rimettermi in gioco».

Quando ha capito che era pronta per tornare su un campo da gioco?

«Nel 2014, dopo 4 anni lontano da tutti. Avevo 18 anni ed ero arrivata a un punto di capire cosa avrei dovuto fare della mia vita dopo le superiori, pensare al futuro. Ho sempre giocato a tennis bene e pensato che insegnando avrei potuto trasmettere questa mia passione a chi come me ama questo sport. La passione non si è mai assopita, anche se all’inizio non è stato semplice. Ma avevo recuperato il tempo “perso” per Martina ragazza e adolescente ed era arrivato il momento di fare qualcosa per la Martina donna».

Cosa non è stato semplice, soprattutto?

«Mi vergognavo perché un po’, ero vista come la ragazza che aveva buttato via il suo talento, che aveva smesso e le persone che venivano a fare lezione con me mi chiedevano perché avessi deciso di mollare tutto. Era una situazione pesante visto che non avevo tutta questa voglia di parlarne. Poi, dopo un anno, lavorando al circolo Tennis Pontedera e insieme su me stessa, ho capito che a 19 anni non avrei voluto continuare a insegnare, nonostante mi piacesse moltissimo, ma che avessi ancora l’età per riprovare. Avevo preso in mano la mia vita come piaceva farlo a me ed ero pronta per rimettermi in gioco».

Si ricorda la prima partita dopo questo lungo periodo di stop?

«Certo! Era il torneo di Caserta e partivo dalle qualificazioni. Ero molto tesa, la lontananza dal tennis si fa sentire fisicamente, ma soprattutto di testa, quando devi giocare un punto fondamentale come il 30 pari. Pensavo: “oddio, e se sbaglio?”. Ero convinta di non essere più capace di gestire un momento cruciale della partita, essere lucida che mi sarei fatta prendere dal panico. Invece ricordo di averla gestita abbastanza bene senza darmi troppe pressioni, era il primo torneo dopo 4 anni e ho imparato a pretendere il giusto da me e dal mio corpo».

A oggi cosa crede di aver imparato?

«Che ci sono molti momenti di difficoltà e crisi durante la partita e tanti sono mentali. C’è tanto lavoro da fare perché la cosa più facile che può succederti in un momento cruciale è che sul 30 pari ti venga paura, ti fai prendere dal panico e di conseguenza, il corpo si irrigidisca e tu perda la motivazione. La mia vita a un certo punto si è trovata sul 30 pari: potevo fare il grande salto oppure lasciarmi cadere. Ho avuto il coraggio di rischiare anche se il tempo di rincorsa è stato forse un po’ troppo lungo».

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