Mehdi Meskar, Malik di SKAM Italia: «La gentilezza che ci aiuta a essere noi stessi»

Il personaggio di Malik nella quarta stagione di «SKAM Italia», la serie originale prodotta da Cross Productions e TimVision, lo fa conoscere al grande pubblico. Lui, Mehdi Meskar, rimane con i piedi per terra e parla del suo sogno di diventare attore, del trasferimento dall’Italia alla Francia e dell’importanza di essere gentiliMehdi Meskar Mehdi Meskar Mehdi Meskar Mehdi Meskar Mehdi Meskar è sempre stato un «workaholic», un ragazzo abituato a muoversi e a spostarsi per seguire il suo lavoro e il suo istinto. «Avevo bisogno di riposo e la quarantena è stato il momento giusto per prenderselo» racconta il ragazzo, 25 anni, al telefono da Parigi, dove vive insieme ai genitori e al fratello più piccolo che, come lui, ha scelto di dedicarsi all’arte e di diventare un rapper con il nome di MSK: «Lo amo un casino: il suo obiettivo è quello di pubblicare una canzone a settimana su Youtube e io lo sto aiutando con i videoclip: mi piace il fatto che lavoriamo molto con la nostra arte, anche se i miei prima o poi diventeranno matti» scherza Mehdi, che proprio durante la quarantena è stato travolto dall’affetto dei fan italiani che lo hanno apprezzato nel ruolo di Malik , il ragazzo che fa perdere la testa a Sana , nella quarta stagione di SKAM Italia , la serie originale prodotta da Cross Productions e TimVision disponibile su quest’ultima oltre che su Netflix.

«I ragazzi mi avevano preparato a quello che sarebbe successo dopo l’uscita dalla serie: ho fatto molti lavori prima, tra cui un’altra serie di Netflix in Francia, ma non ho mai avuto così tanti messaggi e così tante dimostrazioni d’affetto come dopo SKAM » spiega Mehdi scusandosi se ogni tanto fa fatica a trovare qualche parola in italiano. È comprensibile: nato a Reggio Calabria e cresciuto a Treviso, ma di origini marocchine, Mehdi si è spostato in Francia all’età di 15 anni sperando che il trasferimento avrebbe aiutato la sua carriera di attore, permettendogli di stringere tra le mani molte più opportunità di quante ne avrebbe avute se fosse rimasto in Italia. Una scelta che lo ha portato a lavorare con registi come François Ozon e che, grazie al personaggio di Malik, gli ha permesso di riscoprire la vita quotidiana di un adolescente di seconda generazione nella Roma di oggi.

Com’è stato affrontare il passaggio dall’Italia alla Francia così giovane?

«È stato molto strano. In Italia ero al primo anno di liceo scientifico, mentre in Francia sono tornato alle medie perché lì l’anno scolastico è diviso diversamente da noi, con 4 anni di medie e 3 di superiori. Ero il nuovo ragazzo italo-marocchino appena arrivato, non parlavo una parola di francese e tutti volevano sapere tutto della mia vita. Alcune cose di me, però, le ho imparate solo dopo aver letto alcuni messaggi che mi sono arrivati dopo SKAM ».

Cosa ha imparato?

«Che in Italia mi sono sempre sentito a mio agio come giovane di seconda generazione, ma che per un certo periodo ho sempre cercato di nascondere le mie origini marocchine. In Francia mi presentavo come un giovane italiano, ma loro insistevano molto su quest’altro aspetto: lì per lì è stato strano, ed è stato allora che ho capito che dovevo accettare tutto di me, non solo la parte italiana e marocchina, ma tutto quello che sono, un miscuglio di cose che fa la bellezza dell’essere umano».

In questo senso, com’è stato tornare in Italia per girare SKAM ?

«Una grande soddisfazione. Trovare un cast che ti accoglie a braccia aperte e che ti fa sentire parte di una piccola grande famiglia mi ha dato una bella energia. In Italia ci torno, poi, regolarmente per fare i provini: spesso mi capita di prendere l’aereo la mattina alla 7 e di tornare a Parigi la sera, ma spero che ci sarà l’occasione per tornarci in vacanza, ho ancora un sacco di amici lì».

In Marocco è mai stato?

«Sfortunatamente poche volte: una per girare un progetto e un’altra in vacanza con la mia famiglia da bambino. Attualmente sono in contatto con un regista che potrebbe offrirmi un ruolo in una produzione proprio in Marocco, vedremo».

In famiglia che lingua parla?

«Un miscuglio di arabo, francese e italiano: infatti gli amici che mi sentono parlare al telefono con i miei mi prendono in giro per questo».

In SKAM si affronta il tema della religione musulmana: Malik, il suo personaggio, ha smesso di credere. Lei che rapporto ha con il credo?

«La religione è una questione molto personale: per me il discorso è più legato alla fede, perché è quella la cosa che cerco. Non noto molte differenze tra le religioni principali perché tutte cercano la pace, l’amore e l’unione. A 25 anni posso dire di non aver ancora capito, ma forse è meglio così: è in questa scarsa consapevolezza che scopri le piccole cose».

Una cosa che conquista di Malik è la discrezione e la dolcezza: anche lei è così?

«Credo di sì. Essere gentili è importante, aiuta a far capire all’altro che può essere sé stesso: la società spesso ci condiziona spingendoci a non esserlo, ma la gentilezza è il primo passo per far sentire l’altro a suo agio».

A proposito di sentirsi a proprio agio: è lusingato dall’attenzione femminile esplosa sui social?

«Ogni attenzione mi lusinga, che venga da ragazze, ragazzi, da mamme e da papà. Da tutte quelle persone che sono state toccate dal mio lavoro».

Quando capisce di voler recitare?

«Quando ero alle elementari e mi iscrissi al mio primo gruppo teatrale: non sono mai stato uno studente modello ma, quando salivo sul palco, sentivo di essere nel posto giusto, di aver fatto qualcosa che spingeva gli altri a vedermi con una persona dotata di talento e non più come il ragazzo che non andava bene a scuola. Mi sono sentito pieno e felice, e ho capito subito che era il mestiere fatto per me».

Mai subito discriminazioni in seguito alla sua scelta?

«È successo una volta quando ero alle medie. Avevo 11 anni, cominciai a cercare su Google come poter fare per diventare attore e così scrissi una mail a un’agenzia pubblicitaria di Milano che mi rispose di andare a trovarli. Partii da Treviso con mia zia: nella mia testa sembrava l’opportunità del secolo, e loro a un certo punto mi dissero che avrei dovuto fare un book a 400 euro. Tornato a casa mio padre mi rispose di no perché era troppo caro, ma ricordo che il giorno dopo, quando raccontai tutto al mio compagno di classe, mi disse: “guarda che non è vero che vogliono qualcuno come te”. Capii che si riferiva alle mie origini e qualcosa dentro di me scattò: era come se volessi provare a me stesso di riuscirci, di percorrere quella strada e di arrivare a destinazione».

I suoi l’hanno molto supportata: che rapporto ha con loro?

«Hanno sempre creduto in me e sono davvero fortunato ad averli anche se, ancora oggi, se vedono che non lavoro per un mese e mezzo, mi chiedono se non è il caso di ricominciare la scuola. Non capiscono che questo mestiere è fatto anche di attesa ma, naturalmente, capisco la paura e l’ansia di vedermi deluso, visto che questo è un sogno che coltivo da quando ero bambino».

Mai avuto un piano alternativo?

«Il mio piano A è anche il mio piano B e C: la recitazione rimane la mia più grande passione, ma sento anche la voglia di interessarmi alla scrittura e alla regia. Qualcosa che mi permetta di rimanere legato all’ambito artistico, pur esplorando altre cose: non ci sono altri mestieri che soddisferebbero la mia curiosità come quello che sto facendo».

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Tra i registi chi le piace?

«Adoro i fratelli Safdie, questa loro energia molto elettrica e molto forte, ma anche Lars Von Trier, che è bello tosto, Matteo Garrone, e Fabio Mollo, il regista di Curon ».

Tra gli attori, invece?

«Leonardo DiCaprio, perché ha sempre accettato la complessità dell’essere umano rifuggendo la mascolinità e la femminilità nella sua recitazione, e Robert Pattinson, che ha iniziato con il maistream e poi si è specializzato nel cinema indipendente che io amo molto».

Pensa mai a come sarebbe stata la sua vita se fosse rimasto in Italia?

«Non spesso, perché cerco di vivere molto il presente e di sognare il futuro. Se fossi rimasto forse avrei trovato meno progetti o, magari, avrei trovato quelli giusti: resta che non cambierei nulla della mia vita. Anche perché ho 25 anni e di tempo per crescere ce n’è».

(Foto in apertura di Benoit Auguste)

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