Nadia Terranova: «La felicità che mi mette ansia»

La scrittrice messinese, finalista del Premio Strega 2019 con «Addio Fantasmi», torna in libreria con «Come una storia d’amore», una raccolta di racconti che hanno come punto di contatto la città di Roma, fotografata nell’umanità e nei colori della sua periferia. Dalla necessità di sostenere le scrittrici donne al dovere di essere felici «che mette un po’ d’ansia», ecco cosa ci ha raccontatoNadia Terranova Nadia Terranova Nadia Terranova Nadia Terranova La città ti trasforma, si impossessa del tuo corpo come se fosse un demone e scava dentro di te con la foga impaziente di una trivella. «Prima o poi questa città me la taglierò di dosso con un coltello», scrive Nadia Terranova in Come una storia d’amore , la raccolta di racconti pubblicata da Giulio Perrone Editore che come fil rouge ha proprio la Capitale, «città di monnezza e gabbiani», fotografata dall’autrice non tanto nello splendore delle vetrine del centro quanto nella multiculturalità della periferia che, con i suoi mercati e la sua umanità, trasmette colori, energia, vitalità. «Quando sono andata a vivere a Roma sono cambiate letteralmente le mie narici e la mia pelle» racconta Terranova al telefono da Santa Marinella, dove sosta qualche giorno a casa della madre per concedersi il primo sole e il primo bagno, anche se, per una donna che è nata e cresciuta a Messina come lei, quella soluzione ha più il sapore del «palliativo», ammissibile solo perché reduci da un lockdown e perché la data X che la porterà ad attraversare di nuovo lo Stretto, quel tratto di mare perimetrato che descrive con tanto amore nei suoi libri e nelle sue storie, è sempre più vicino, fissato per i primi di luglio.

«Quando mi sono trasferita a Roma ho avuto dei problemi di respirazione che non avevo mai avuto prima, tutta l’aria iodata che avevo respirato in Sicilia era finita, perduta. A Roma respiravo tantissimo smog e cemento. Anche la pelle, però, è cambiata: l’acqua di Roma è molto calcarea e ha cominciato a produrre cose mai avute, tipo i brufoli. È stato un primo anno un po’ così» sottolinea Nadia, finalista al Premio Strega 2019 con un romanzo , Addio Fantasmi (Einaudi Stile Libero), che ha conquistato la critica e che è stato tradotto in molti Paesi del mondo, inclusa la Lituania. Tra il cinguettio degli uccellini che ogni tanto sovrasta la sua voce – mentre parliamo è seduta in giardino – e la leggerezza di una risata spontanea, che viene dal cuore e non ha nessun bisogno di essere trattenuta, Nadia Terranova ha il potere di portarti per mano nel suo mondo fatto di immagini e sensazioni, di profumi e di domande irrisolte. Per esempio: come mai gli scrittori vanno così di rado alla presentazione dei libri di altri scrittori?

Che risposta si è data?

«A dire il vero non lo so: vado spesso alle presentazioni degli altri perché è una cosa che facevo ancora prima che venissero pubblicati i miei libri. Anche quando sono invitata ai festival, sono sempre curiosa di ascoltare chi c’è prima e chi viene dopo. Con la Rete gli scrittori hanno sicuramente meno scuse per non assistere agli incontri dei colleghi».

Lei, a proposito di libri, ne ha scritto uno con al centro Roma: quanto è simbiotico il suo rapporto con questa città?

«Ho proprio l’impressione che Roma mi si sia incollata addosso come la pelle. Ho notato, però, che quando mi allontano, la città si scolla a poco a poco: il primo giorno sono completamente cittadina, ma il terzo la mia natura selvatica ha la meglio. Il che è strano perché chi mi incontra tutto l’anno a Roma vedrà che sono una persona molto urbana. Il problema è che non riesco a pensarla come una città estranea, anche quando l’ho odiata. Quando mi dicono che sono romana d’adozione rispondo che non è vero, sono io che l’ho adottata, con tutti i problemi che mi ha creato».

Quando si è fatta odiare Roma?

«Quando non funziona niente e vedi una potenziale metropoli trattata in maniera svilente; quando vengono abbandonati i luoghi e i palazzi marciscono; quando le possibilità di una vera produzione culturale non vengono colte e senti solo il peso di quello che decade e non le ventate d’aria nuova che vengono sempre osteggiate da paludi burocratiche,  paludi di gestione. Lì la detesti, perché non è possibile che in mezzo a tanta bellezza si mettano tanti ostacoli alla produzione di una nuova bellezza».

Tornando alla trasformazione: ha riscoperto una Roma diversa durante il lockdown?

«Ho vissuto moltissimo il mio quartiere, il Pigneto, che ho molto raccontato nel libro insieme a tutta Roma Est, da Tor Pignattara al Prenestino. È un quartiere che faccio fatica a chiamare per nome perché, anche complice l’eredità pasoliniana, è sempre stato il simbolo di qualcosa che in realtà non è mai stato. È molto stratificato e complesso e dire che è il distretto della movida è una banalità, perché si riduce solo all’immagine di chi ci viene la sera e lo vive come un luna park. Il Pigneto, invece, è bello viverlo di giorno, quando incontri i ferrovieri trasferiti qui negli anni Cinquanta, le mogli, le casalinghe, le vedove, e non solo gli scrittori e gli sceneggiatori. Il momento più duro durante il lockdown è stato quando hanno tolto il mercato perché lì è finita la vita di quartiere. Nonostante abbia pensato, anche se per un solo attimo, di tornare in Sicilia, sono contenta di essere rimasta a Roma perché in questa città ho tutti gli affetti degli ultimi 20 anni e anche perché ho potuto raccogliere quello che avevo seminato nel quartiere: sapevo a chi rivolgermi per qualsiasi cosa, anche per aiutare le persone in difficoltà. La rete di solidarietà che si è creata è stata davvero molto bella».

A un certo punto del libro scrive: «La felicità esiste, solo che non ci abiterei». Vale anche per lei?

«È una frase che si trova negli ultimi due racconti del libro, nei quali l’io narrante è sovrapponibile a me: è un’indagine della felicità condotta per conto di me stessa che forse è cominciata nel 2014, quando ho studiato l’ebraico per qualche mese, giusto il tempo di imparare l’alfabeto. Non so se ci abiterei, perché la felicità mi mette ansia. Ho trovato la soluzione a questo problema in Addio Fantasmi , quando Ida dice che non esiste la felicità, ma esistono momenti felici: lì mi sono finalmente sentita sollevata dal dovere di essere felice. Capita durante la giornata di stare bene, ma anche di imbattersi in una notizia brutta, in un’ombra o in una malinconia: non si può aderire completamente alla felicità».

Perché ha scelto di studiare proprio l’ebraico, una lingua protagonista anche di un racconto del libro?

«Mi piaceva il fatto che molti vogliono studiare la lingua della Bibbia, senza contare che la vera Roma è quella del Ghetto, che ne conserva la quintessenza: mi sono sempre sentita a casa lì. Poi c’è anche una coincidenza strana, perché ho scoperto che, a Messina, Terranova era il nome dell’antica Giudecca che ora non esiste più e che sopravvive solo nel nome di una via. Questo mi ha portata a maturare la personalissima convinzione di essere discendente di Marrani, naturalmente smentita. Il tutto, però, era collegato all’ebraico perché si tratta di una lingua risorta, che non è stata parlata per tanto tempo e poi è stata riesumata: il che è paradossale per un popolo che non crede nella resurrezione. Ho studiato, però, anche l’arabo e il portoghese, sempre perché connesso al siciliano. A parte il tedesco, le altre lingue le prendo e poi le lascio: sento, però, il bisogno di alfabetizzare il mondo in maniera nuova».

Immagino che in estate Messina le manchi di più: è così?

«Paradossalmente mi manca più da settembre a luglio perché in estate sono sempre andata via, la città si svuota e arrivano i turisti. Fino a gennaio avrei detto che non mi mancava perché ci torno abbastanza spesso ma, dopo il lockdown, direi che è passato un po’ troppo tempo da quando ci sono stata l’ultima volta».

A Messina parte tutto: l’amore per la letteratura nasce quando era piccola e scriveva delle lettere. A chi erano indirizzate?

«A mio padre: i miei si sono separati quando avevo 4 anni, una storia che ho trasfigurato ne Gli anni al contrario . Visto che era parecchio fuori Messina, nei 6 anni prima che morisse, l’unico modo che avevo per comunicare con mio lui erano le lettere: mia madre le leggeva e le scriveva per conto mio, ma ogni tanto avevo la sensazione che mi mentisse. Così, sfruttando il fatto di avere una nonna maestra, cercavo dei racconti da mandargli per spedirgli qualcosa di più originale».

Di suo padre, scomparso a 37 anni nel 1989 per via dell’Aids, le chiedono spesso. Le dà fastidio che si scavi troppo a fondo nella sua vita privata?

«Penso di essere brava a gestire cosa voglio dire e cosa no: anche quando metto su del materiale incandescente, lo faccio perché dietro c’è stato un grande lavoro che mi ha permesso di poterne parlare. La stessa cosa non vale, però, per le cose che sto vivendo perché non c’è un’elaborazione e mi sentirei scoperta: mi spiace solo quando questo va a discapito di altre domande perché la vita privata è il substrato e, se non ci fosse la necessità di parlarne da un punto di vista letterario, non la affronterei. Non tutto è letteratura. Nel caso di mio padre, ho ritenuto che fosse giusto affrontare l’argomento per descrivere il ’77, simbolo di tante storie non raccontate».

Pensavo che è curioso che al Premio Strega di quest’anno concorra un libro, Febbre , dedicato all’HIV.

«Sull’HIV è cambiata tanto la narrazione e penso che il libro di Bazzi sia importante perché è necessario che si parli di nuovo del tema adesso: dà una misura di contemporaneità rispetto a quanto fatto negli anni Novanta».

Al Premio, al quale lei ha partecipato lo scorso anno, quest’anno concorre solo una donna: Valeria Parrella. Intervistato dal Foglio , il presidente della Fondazione Bellonci Stefano Petrocchi ammette che in 73 edizioni dello Strega hanno vinto solo 11 donne. Vale la pena secondo lei insistere sull’argomento?

«Vale sempre la pena fare la battaglia sulle scrittrici. Certe volte mi sembra che nei riconoscimenti si racconti di un mondo che non esiste: non ci sono neri, omosessuali, trans, donne. Mi chiedo se escano di casa perché, evidentemente, il mondo in cui vivo io è diverso da quello dove vivono loro, e c’è ancora tanta gente che non viene rappresentata. Se metti molte donne nelle finali dei primi hai la possibilità di evitare quella cosa del votare qualcuno in quanto donna. Più diamo spazio alle donne e più evitiamo quella domanda terribile sulla scrittura femminile che, in realtà, non esiste: Donna Tartt non scrive come Ursula Le Guin, mi dispiace. L’ultimo fine del femminismo, per quanto riguarda la letteratura, dovrebbe essere arrivare all’androginia della scrittura, ma siamo ancora molto lontani, ed è per questo che ora bisogna essere femministi».

Ci sono delle derive del femminismo in cui non si riconosce?

«Non mi riconosco nell’atteggiamento aggressivo, escludente e ridicolizzante di altre donne: è un aspetto che non ha niente a che fare con il femminismo, ma accade. Bisognerebbe, poi, trovare un equilibro tra il genere e ciò che ci piace leggere, ma ho sempre paura a fare questo discorso perché poi viene utilizzato per dire che quest’anno non c’erano dei bei film girati da donne e dei bei libri scritti da donne. È un argomento da affrontare dopo un certo livello, altrimenti viene subito trasformato e si ritorce contro».

Insisto sullo Strega: quest’anno, così come accaduto per Addio Fantasmi nel 2019, una stessa casa editrice, Einaudi, partecipa con 2 titoli. Visto che aleggiano leggende di una competizione latente, è così difficile concorrere al Premio?

«Ognuno la vive a modo suo. La mia è stata un’esperienza donchisciottesca perché il mio libro è stato un apripista rispetto a quanto successo quest’anno: nella scorsa edizione c’erano molti punti interrogativi che gravavano su di me. Non sapevo neanche se sarei entrata nei 12, così ho capito che avevo due possibilità: o mi angosciavo o pensavo che ogni passo che faceva il mio libro gli avrebbe portato bene. Naturalmente ho scelto la seconda opzione: mi sono divertita in cinquina perché non avevo niente da perdere e non avvertivo nessuna tensione. Guardando indietro, penso di aver fatto bene perché da lì è cambiato il mio modo di scrivere e ho preso più sicurezza. Sapevo di aver scritto un libro con una svolta epocale, quindi potevo benissimo dedicarmi a un altro».

Suggerisce più distacco, quindi?

«Ma sì. Leonardo Sciascia non ha mai vinto il Premio Strega ma nessuno si sentirebbe di dire che non è uno dei più grandi scrittori italiani. I premi danno conferme, li vedo come un di più e non come qualcosa che ho perso. La cinquina, se la prendi con lo spirito giusto, dà solo cose positive perché si parla del tuo libro, ma non dimentichiamoci che c’è tanto altro nella vita di uno scrittore».

Lei soffre di insonnia cronica, ma ha detto che durante il lockdown è riuscita a riposare meglio. Oggi come dorme?

«Sto continuando a dormire tantissimo, una media di 8 ore a notte, mentre durante il lockdown sono arrivata anche a 10: non dormivo così tanto da quando avevo 22 anni, è l’eredità migliore di quel periodo terribile».

Ci sono scrittori che sono molto produttivi di notte: e lei?

«Mi sveglio la mattina presto e so che fino a mezzogiorno posso dare il meglio».

Scrive tutti i giorni?

«Tutti i giorni, ma non sempre un romanzo. Magari scrivo un articolo, un pezzo di romanzo o un racconto per ragazzi. E poi leggo molto: un paio di anni fa mi ero accorta che, con il mio nuovo telefonino con su installato Whatsapp, stavo leggendo sempre di meno e così, dopo essere entrata nel panico, ho pensato di attivare la modalità aereo per un’ora al giorno, quella in cui prendo in mano un libro, e funziona. Cerco di ricordarmi di farlo sempre».

Cosa ha letto durante il lockdown?

«Tantissima poesia. Ne ho approfittato per riscoprire Audre Lorde, anche se i miei grandi amori sono Amelia Rosselli, da Diario ottuso ad Appunti sparsi e persi , a Patrizia Valduga, il suo Requiem , dedicato alla scomparsa del padre, fa piangere tantissimo. Come romanzo, invece, stavo leggendo Cambiare l’acqua ai fiori che poi ho mollato e ripreso dopo: all’inizio avevo una forma di rifiuto perché non riuscivo a ricominciare, ma meno male che l’ho fatto perché è bellissimo».

È al lavoro sul suo nuovo romanzo: è vero che sarà ambientato a Messina?

«Non solo a Messina: ci vorrà ancora un po’, però. Almeno un altro anno. Intanto usciranno tre nuovi libri illustrati, più una cosa che non ho mai fatto, un esperimento».

Sui social è seguitissima: i lettori la contattano?

«Sì ed è bellissimo quando succede, cerco di rispondere a tutti. Che sia detto fuori da ogni retorica, ma io credo davvero che sia un regalo quando qualcuno ti dice che riesci a entrare nelle emozioni delle persone. È una cosa che mi commuove sempre».

(Foto in apertura di Daniela Zedda)

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