Paolo d’agosto

Pedinamenti, diktat, «agguati». Missione: convincere 
Paolo Virzì a parlare di amicizia. Un’impresa titanica, 
il cui risultato ripaga ogni faticaEnnio Fantastichini e Piero Natoli Furio Scarpelli Ettore Scola Federico Fellini Roberto Benigni Un altro incubo Paolo Virzì alla Escher Francesco Piccolo Il camion pienodi migranti disegnato per Tolo Tolo di Zalone Francesca Archibugi Suso Cecchi D’Amico Umberto Contarello Paolo Sorrentino Emir Kusturica Schizzi per il personaggio di Checco Zalone Paolo Virzì Questo articolo è stato pubblicato sul numero 32/33 di Vanity Fair Italia in edicola fino al 25 agosto

Ma davvero vuoi che parli dell’amicizia? Ma sei matto?». In missione per conto di Tommaso Paradiso – direttore artistico del numero, appassionato virzologo, esegeta di Ferie d’agosto, che nei giorni della morte di Fantastichini ha visto circolare un disegnetto di Virzì dedicato a lui e a Piero Natoli – siamo chiamati all’impresa. L’idea – far parlare Virzì dell’amicizia tra Natoli e Fantastichini e del brillare confuso di quel sentimento nel mondo del cinema – a Virzì garba pochissimo. La richiesta d’intervista, bisogna riconoscerlo, era enfatica. Infatti Virzì ha prima risposto con la frase in esergo di Satta Flores in C’eravamo tanto amati, poi affastellato scuse letterarie e sempre più improbabili che lo situavano in località così remote e inaccessibili di boschi e monti in Toscana che sembravano inventate: «Qui non c’è campo, risentiamoci nel 2022». Abbiamo insistito. Provato a giocare con Paradiso la carta del diniego: «Paolo non vuole farla», ricevendo in cambio sordità, irritazione e diktat marziali: «A Virzì non rinuncio, DEVE esserci», deciso infine di irrompere nel bunker del regista in forma di agguato al primo momento utile. L’incontro è stato preceduto da un pedinamento lungo e un poco stucchevole tornito da vocali di dieci minuti à la maniere de certe note canzoni e al primo palesarsi di Virzì in città, da un pellegrinaggio nell’ufficio del regista. In quell’angoluccio di San Saba che, sarà per via della basilica in stile romanico e dei cipressi che ricordano la Val d’Orcia, sarà perché Virzì ha lì la sede della sua Motorino Amaranto, sembra una specie di scorcio toscano, Virzì mi ha accolto con apparente benevolenza, in realtà con l’intenzione – mai celata, va detto – di sabotare l’intervista. «Non mi farai mica anche parlare della pace nel mondo?». Con l’Africa in giardino, i 42 gradi all’ombra, un asporto nel cartone in quell’ufficio-studio-ricovero zeppo di disegni colorati e tele e scarabocchi e bozzetti – praticamente l’atelier di un fumettista – Paolo Virzì sopravvive sventolando l’ironia: «Fumiamo? Vedo che hai il mio stesso tabacco. Ah no: il tuo invecchia la pelle, il mio ostruisce le arterie».

In una madia, tutti i copioni della sua vita: «Davvero vuoi vedere il primo, Dimenticare Piombino? Cos’è sei feticista?    Ester (la sua segretaria, ndr) è in ferie, altrimenti te lo trovava». Sugli scaffali e sui tavoli pile di quadernetti fitti di appunti ma soprattutto di disegni, diari di viaggio disegnati, luoghi di vacanze, qualche immagine che poi è diventata l’inquadratura di un suo film. «Il soggetto di Ferie d’agosto fu immaginato in una vacanza sugli scogli roventi e scomodissimi di Ginostra, dov’ero in vacanza con un po’ di amici che poi recitarono nel film, Silvio, Rocco, Lele Vannucci, Gigio. Ma dobbiamo proprio farla quest’intervista, non è meglio un caffè? Dove vai in vacanza? Sei fidanzato?». Sta provando a fregarmi. Fedele al mandato del mio direttore artistico, insisto.

Tommaso Paradiso vorrebbe che tu parlassi di amicizia.

«Sentimento scivoloso e melenso che forse nemmeno esiste. In particolar modo l’amicizia esibita. Esistono gli incontri, gli innamoramenti e i disamoramenti. Gli affratellamenti e i “non vediamoci mai più”. A volte il piacere del ritrovarsi, a volte il sollievo del perdersi per sempre».

In che senso l’amicizia non esiste?

«Ma certo che esiste. Meglio però non esibirla come trofeo, non illudersi che sia un valore, maneggiare quella parola con cura. Non vorrai mica che io mi metta qui a far le lodi del valore dell’amicizia? Non senti subito un sapore ambiguo, da congresso politico con Gava e Forlani? È un sentimento ambivalente, e a volte – quando va bene – conflittuale. E poi attenzione all’amicizia “per sempre”, non esiste nulla di più ricattatorio di un’amicizia che si autoproclama perenne. Assomiglia a quel forever che si fanno incidere su spaventosi braccialetti gli innamorati sprovveduti. Certe amicizie mettono paura, come un matrimonio infelice e disfunzionale, che si protrae solo per non affrontare il peso del liberarsi reciprocamente. Non a caso, probabilmente, i film che hanno a che fare con quel sentimento, l’amicizia, quelli belli intendo, come C’eravamo tanto amati o I vitelloni, raccontano proprio che in realtà la relazione di amicizia è un legame liquido, anche disperato, di attrazione e repulsione, un ininterrotto tradirsi».

Quelli brutti?

«Celebrano in modo inevitabilmente fasullo una retorica che magari ci rassicura: la speranza, umanissima, di non esser abbandonati, di non rimaner mai soli e che tutto quello che si è vissuto abbia un senso, anche se, come dice l’altro cantante bravo, “un senso non ce l’ha”. Amici miei, che inalberava la deprecabile parola nel titolo, è un film straziante, angoscioso, lugubre. Non è un film sull’amicizia ma un toccante apologo sulla morte».

E le amicizie cinematografiche?

«Stai parlando delle amicizie del set? È un gioco, un trucco, una bugia pronunciata con la segreta consapevolezza di mentire. Esaltazione e illusione. Il cinema non si può fare da soli, è sempre frutto di un’energia collettiva, di un impasto di persone che si scambiano, si regalano e si rubano delle cose. Se c’è una ragione per la quale son finito a fare questo mestiere è perché, rispetto ad altre attività artistiche solitarie, è irresistibile la sensazione del divertimento e della comunità, del girotondo finale di 8½ di Fellini. “La vita è una festa” e il bello e il brutto, l’opprimente e l’esaltante, si danno la mano».

Cosa resta alla fine?

«L’ultimo giorno di riprese ci si saluta coi lucciconi, con sgomento sincero, con disperazione: come faremo a stare lontani l’uno dall’altro? C’è qualcosa del cameratismo dell’impresa militare, o della spedizione al Polo Nord, dove si è rischiato la vita insieme. In quelle lunghe settimane, di giorno e di notte, in luoghi scomodi, sottoposti alle intemperie, si è stabilito un vero legame di sopravvivenza, un affratellamento da battaglione dell’Armir, e questa cosa può esser scambiata per un sentimento destinato a rimanere immortale, che dovrà senz’altro esser celebrato così come gli Alpini commemorano il Piave. Invece, il giorno dopo, tranquillamente, si torna ciascuno alle proprie vite ordinarie. Non è che ci si dimentichi di tutto e di tutti, ma certi ricordi, se rievocati a distanza di tempo, a freddo, appaiono anche in una luce patetica e un po’ imbarazzante. Perlomeno così capita a me, che son stato ribattezzato dal mio amico Bobo Rondelli (ma ha senso usare questa parola proprio mentre la nego?): “Un grande abbandonatore”. In effetti ci conoscevamo da ragazzini e poi son stato addosso a quel ragazzaccio, cantautore eccezionale – lo conosci, vero? – letteralmente appiccato tutta un’estate per realizzare un documentario su di lui, su Livorno, forse anche un po’ su di me. Era il 2007. Amo Bobo, ma nei successivi tredici anni ci saremo visti tre volte. Però, insomma, adesso non voglio divertirmi a ostentare cinismo.    È insopportabile anche quello: l’ostentazione del distacco, di sentirsi al di sopra dei moti dell’animo umano. Anzi, te lo dico abbassando la voce, e per favore non lo riferire a questo tuo nuovo direttore, Tommaso Paradiso, mi raccomando, ma posso confessare che voglio un monte di bene a tante persone, che li considero amici, ma soprattutto preferisco la parola: fratelli, sorelle. Ecco, la parola fraternità mi piace di più, forse è la mia preferita nel motto della Rivoluzione Francese».

Intanto, scorrendo i disegni notiamo qualcuno dei suoi amici: c’è un Francesco Bruni, un Sandro Veronesi, un Francesco Piccolo, un’Archibugi, un Sorrentino. Ci sono anche i suoi maestri: vediamo vari ritratti di Furio Scarpelli, un Ettore Scola, una Suso, un Fellini, un Benigni…

I tuoi amici sono contenti di essere disegnati da te?

«Mah boh, spesso si sottopongono malvolentieri, perché per loro dev’essere un tormento, lo faccio in continuazione, ne sai qualcosa anche tu. Poi non è che io li migliori, li faccia belli, anzi, tendo a peggiorarli. Però va spesso a finire che quei disegni me li rubano».

Delle tue amicizie che ricordo hai?

«Domanda troppo impegnativa. Se chiudo gli occhi mi viene in mente una folla di persone e mi sentirei in colpa a privilegiare il racconto di qualcuno a scapito di un altro. Se ci pensi è un incubo che potrebbe esser messo in scena in modo divertente, tutte le persone che hai conosciuto, che hai frequentato, alle quali hai voluto bene in tutta la tua vita, tutte insieme, davanti ai tuoi occhi, che ti guardano dicendo: “E io? E a me? Non mi racconti?”. Poi se vado indietro con la memoria mi vengono in mente soprattutto certi incontri di gioventù che all’epoca mi sembrarono importantissimi e straordinari con persone delle quali adesso non ricordo nemmeno il nome. Per esempio un’estate, avevo forse diciassette-diciotto anni, ho passato qualche giorno a Genova con un gruppetto di teatranti, parlavamo di tutto, di cinema di teatro di politica di vita. Mi ospitarono nelle loro case, mi nutrirono, mi prestarono dei soldi per prendere il treno, li persi, me li prestarono di nuovo. Chissà perché non ricordo il nome di nessuno di loro, chissà che fine hanno fatto».

Però i ricordi delle amicizie della tua giovinezza, dei tuoi primi anni a Roma per esempio, non ti hanno abbandonato.

«Non sono ancora del tutto rincoglionito. E tanti episodi dei primi euforici mesi a Roma tornano a volte a farmi visita in certi sogni, alcuni lieti, altri spaventosi come incubi. Ho anche avuto la spudoratezza di metterne qualche frammento in un mio film».

Indico con il dito una faccia a caso tra le tante che scorrono sullo schermo, nella cartella dove Virzì ha raccolto un migliaio di ritrattini e caricature: quella di Umberto Contarello. Virzì ride.

«Quando lo conobbi, Umberto lavorava nel gruppetto degli autori di Celentano a Fantastico. Fu un’edizione con ascolti oggi non immaginabili. Veniva pagato in contanti, credo perché non avesse ancora un conto in banca, come nessuno di noi. Tutti sguarniti e poveri in canna. Non sapevamo neanche che esistesse la carta di credito. E Umberto compariva nel cuore della notte con le tasche gonfie di centomila lire e ci portava nei night di via Veneto. Ci caricava tutti su dei taxi che non ci potevamo permettere per introdurci in certi locali notturni che forse un tempo erano stati davvero quelli de La dolce vita, ma erano diventati struggenti postriboli anni ’80, logori, mezzi vuoti, dove diffondevano brani anacronistici. C’erano solo tristi viaggiatori di commercio stranieri e entraineuse anzianotte che cercavano di farsi offrire da bere. A noi quella mestizia però suscitava ilarità, e Umberto era entusiasta di finire tutte le sue banconote per pagare dello champagne da supermercato a quelle che potevano essere le nostre zie».

Amico e allievo, sei stato, di Furio Scarpelli.

«Con Furio certo eravamo amici, ma ora che ci penso bene amici non è mica la parola giusta. Di Furio ero ragazzo di bottega, ma anche figlio, figliastro adottato e poi segretario, dattilografo, fotocopiatore, appiccicoso molestatore ed ero schiavo, felicemente schiavo: adoravo passare le giornate con lui dalla mattina presto alla Mass Film e, se andava a pranzo a casa, rimanevo ad aspettarlo, fedele come un cane. E quando tornava proseguivo ad almanaccare con lui intorno a certi copioni fino all’ora di cena e poi dopo, spesso, quando usciva di sera e io ero felice di fargli da autista. Lo seguivo in questa o quella circostanza, mi davo le arie, chiacchieravo e litigavo con tutti come faceva lui».

Hai visto il crepuscolo del sodalizio tra Scarpelli e il suo amico Age.

«Nel caso dei vecchi maestri si è spesso detto: eh, vedi, loro cenavano insieme in trattoria, erano tutti amici! È una forma di elegia che tuttavia contiene un ovvio fondamento di verità. Ma credo che quella tra Age e Scarpelli, per esempio, sia stata anche la storia di una lunga insofferenza reciproca. Non solo di quel combattimento creativo che in effetti è stato raccontato, ma con gli anni, con i decenni, dovevano aver sviluppato la nausea l’uno dell’altro. Anche se erano persone buone, tutti e due intimamente tenerissimi, Age più soave e diplomatico, Furio invece fumantino e capace di spaccare il capello in quattro, riuscivano a sorvegliare la loro insofferenza, i loro sentimenti più bassi, dei quali forse un po’ si vergognavano, e in qualche modo anche a distanza, ormai divisi professionalmente, sapevano prendersi cura l’uno dell’altro. E però poi in confidenza non resistevano a far trapelare quel fastidio per i vezzi reciproci (“Ma come tiene le mani?”, “Ma hai sentito? Ha detto una storia accattivante”, “accattivante, ma ti rendi conto?”). La stessa cosa vale per un’altra storica gloriosa coppia di autori, Benvenuti e De Bernardi, che invece hanno lavorato insieme finché Leo non se n’è andato all’altro mondo, lasciando Piero “vedovo inconsolabile”, così diceva lui per far ridere i frequentatori di Otello (storica trattoria romana frequentata dal mondo del cinema, ndr). Erano venuti insieme da Firenze per scrivere storie e battute per i film, ne avevano combinate tante, “grandi cacate” – dicevano così – e capolavori, insomma dalle commedie più facilone a film densi e alcuni anche monumentali. E però chi li conosceva veramente bene sapeva che non si sopportavano più, se fossero stati capaci avrebbero architettato un omicidio. Scherzo, eh».

Ti stupisce?

«Neanche un po’. Il conflitto serve. Non vivevano mica nell’epoca degli ego suscettibili, come capita a noi! Avevano avuto infanzie e gioventù ruvide, si divertivano a darsi reciprocamente dello stronzo. Di questo noi, voglio dire, la generazione dei soliti stronzi di adesso, non ne siamo capaci, perché siamo più vulnerabili, bisognosi di rassicurazioni e di complimenti, subito pronti a offenderci e ad avvilirci. E non voglio parlare di quei miei amici e colleghi che, ormai non più giovani, frequentano le bacheche dei social».

Tu non frequenti i social.

«Ho una pagina Instagram per metterci qualcuno dei miei disegnetti che altrimenti dimenticherei da qualche parte: eccola qua. Ma non interagisco, non commento, guardo qualcosa degli altri solo se riesco a trattenere l’invidia per tutta la sfacciata felicità che vedo esibita lì sopra. Come vedi non è proprio a mio nome, per favore non menzionare il nom de plume in quest’articolo: ho un gruppetto risicato di “seguitori”, se aumentassero sarei costretto a chiuderla. Sono stato un anno su Twitter e mi capitava, magari la sera, magari dopo un bicchiere, di prendere per il culo qualche potente importanzioso e il giorno dopo leggevo sul Corriere: “Virzì attacca il Senatore Tizio!”. Così l’ho chiusa senza rimpianti».

Uno dei tuoi film più amati, Ferie d’agosto, in che contesto si svolse?

«Girammo a Ventotene nel 1995 e fu un set divertentissimo e ovviamente anche litigiosissimo. Ogni tanto, forse anche per via dell’isolamento, qualcuno sbroccava. Si crearono gruppi contrapposti simili a quelli del film, con certe rivalità che io mi divertivo un po’ sadicamente ad alimentare. Fu un’estate bellissima, tutto sommato, anche se meteorologicamente dispettosa: ad agosto cieli bigi, vento, onde impetuose, e faceva un freddo cane. Il bel tempo arrivò a ottobre, quando finalmente potei buttare gli attori e le attrici in mare».

Come ti avevo detto, Tommaso Paradiso, direttore artistico di questo numero di VF, per parlare di amicizia è partito da un tuo disegno dedicato a Ennio Fantastichini e Piero Natoli.

«Erano stupendi insieme. Visti uno accanto all’altro facevano sbellicare. Si volevano bene, ma anche tra loro c’era sempre un reciproco detestarsi. I due erano diversissimi, ma il risultato comico era sorprendente anche per me».

Diversi come?

«Ennio all’epoca era conosciuto come attore drammatico, forse il più bravo della sua generazione. Specializzato in ruoli torvi, aveva appena vinto il Felix, l’Oscar Europeo, per Porte aperte di Amelio. I produttori erano un po’ perplessi che volessi proprio lui per quel ruolo che sulla carta era stato scritto per un comico. In quella sua aria ruvida c’erano un’invincibile timidezza, e un garbo, una grazia, che non ti aspettavi da uno con l’aspetto così tosto. Certe sue occhiatacce – è vero – mettevano paura, ma era in realtà tra le persone più delicate e generose che abbia mai conosciuto. Quel poco che possedeva lo avrebbe dato a chiunque, senza riserve».

E Natoli?

«Piero era il contrario di Ennio, ma anche del Marcello che interpretava in Ferie d’agosto. Il suo Marcello era un velleitario di vedute limitate che aspirava a qualcosa che non sapeva nemmeno lui. Piero invece era un uomo di mondo, open minded, un paio di fidanzate contemporaneamente, grandissimo stupendo chiacchierone, e anche a suo modo colto e sofisticato. Il suo lato buffo era la vanità. Si considerava bello, curava la propria forma fisica nei club sportivi, dove però – ne son stato testimone – passava più che altro il tempo ad attaccar bottone con chi arrancava sul tapis roulant. Ma soprattutto non sembrava del tutto consapevole del suo talento comico. Si sentiva un regista impegnato, della generazione di Moretti e Peter Del Monte, e non capiva perché ci sbellicassimo quando sul set si presentava con le braghe corte e la canottiera del suo personaggio, a fianco di Ennio, col suo look grintoso da bottegaio del Tuscolano. Bastava che Piero aprisse bocca e pronunciasse una parola con la “esse” (aveva la lisca), perché tutta la troupe scoppiasse a ridere. Lui i primi giorni sembrava sorpreso, quasi offeso: “Ma che mi pigliate per il culo?”. Ecco, nel caso della coppia Ennio-Piero la comicità nasceva dalla combinazione chimica di due elementi opposti e complementari».

I due, tra loro, erano amici?

«Certo, e stavano appiccicati l’uno all’altro anche fuori dall’orario di lavoro. Dividevano, mi pare, la stessa bella casa sul Pozzillo di Ventotene. Ennio cucinava, litigava al telefono con la fidanzata poetessa e poi scagliava in mare il suo cellulare (fu la prima estate col cellulare, per tutti noi, il Motorola Startac). Piero stappava bottiglie di bianco, invitava i membri della troupe, faceva l’anfitrione. Si volevano bene, ma nell’aria tra loro c’era sempre un litigio affettuoso e un diffidare reciproco. Il risultato era delizioso».

Comunque, scusa se insisto, ma questi disegni meritano, non ti pare? Vedo anche dei quadri. Mi risulta che ti abbiano proposto mostre, pubblicazioni, ma ti sei sottratto, perché?

«Lasciamo stare. Vabbè, perché mi vergogno. La maggior parte di quelli che ho fatto son finiti a casa di qualcuno che li ha trovati belli, e un po’ mi fa piacere. Una tela di due metri per esempio è nel salone della casa barese di Luca Medici (Checco Zalone, ndr). O almeno lui mi ha mandato la foto per farmi vedere che la tiene appesa sopra un bel divano bianco, io a casa sua non ci son mai stato. Però ti posso confidare una cosa che non ho mai detto a nessuno. Anzi no, non te la dico, c’è di mezzo forse un reato penale».

A questo punto la curiosità è enorme.

«Allora, devo andare molto indietro nel tempo. Sarà stato il 1985 o forse l’86, ero appena arrivato a Roma e abitavo in affitto in un monolocale al pianterreno che apparteneva a Gian Maria Volonté, in un palazzetto accanto a Regina Coeli popolato da una comunità vivace e molto bohémienne. Al piano di sopra c’era Alessandro Vivarelli, sopra ancora Francesca Marciano col suo fidanzato ufficiale principe o conte con un paio di cognomi e un’infinità di tatuaggi (si è poi suicidato buttandosi da Ponte Garibaldi, poverino) e infine Fabrizio Bentivoglio che all’epoca aveva i lavori nella sua casetta in vicolo del Bollo e col quale dividevo momentaneamente il letto neanche fossimo stati Stanlio e Ollio. Ogni tanto passava Ghini a bordo di un Bmw decappotabile: Massimo a differenza nostra già lavorava un sacco e offriva cene, da bere e da fumare per tutti. Poteva capitare di veder spuntare Edoardo Agnelli che si piazzava nel mio monolocale in attesa di Alessandro, il mio vicino di casa bellissimo e dannato che, insomma, trafficava. E il figlio dell’Avvocato con la sua erre arrotata portava anticipazioni di calciomercato sulla Juve, “Ievi abbiamo compvato Vush” (Ian Rush, centravanti gallese, grande flop del calcio che fu, ndr), e intanto, per smaltire la rota, mi svuotava il frigo zeppo dei cibi che mi mandava mamma da Livorno e mi chiedeva se per caso gli potevo “pvestave un tventamila” che l’autista si era allontanato col suo cash. Per astio sociale avrei dovuto detestarlo, invece la sua fragilità ispirava tenerezza a tutti. A poche decine di metri da quella casa c’era lo studio-abitazione di Mario Schifano. Qualche volta fui portato lì da una sua una giovane musa, pittrice brava e bellissima, dal vocione baritonale (cavolo, mi sa che si è uccisa anche lei, impiccata, che storia triste ti sto raccontando!). Nello studio di via delle Mantellate c’era sempre musica alta, del fumo buonissimo e il Maestro dipingeva con pochi ma generosi schizzi di colore soprattutto case, biciclette e palme. Si divertiva a iniziare quei dipinti, si stravaccava su un divano e lasciava finire alle sue ancelle, e anche a chi passava di là per caso. Poi si alzava a dare un’occhiata, se il risultato gli piaceva apponeva uno svolazzo con la S, la sua preziosa firma. Una volta, euforizzato da un’erba che, mi fu spiegato, veniva dalla Cambogia, mi feci coraggio, presi i pennelli e una di quelle palme la feci io, simile a un’altra accanto, ma con i colori leggermente diversi».

Dissolvenza.

«Passano tanti anni e una sera mi trovo a cena quasi per caso nella casa elegante di un ricco signore. Opere d’arte contemporanea dappertutto. Ma c’è una tela verticale di un metro e mezzo circa che attira la mia attenzione. La guardo meglio e penso: “No, non può essere”. Mi sembra proprio quella che avevo fatto io, tanti anni prima, in quello studio in via delle Mantellate. Per curiosità, chiedo: “Quanto può costare questa meraviglia?”. Mi viene detta una cifra impressionante. Penso: “Però, quasi quasi mi metto a fare il falsario”. Ecco, adesso che ti ho raccontato questa storia mi vergogno e ti pregherei di non scriverla».

Perché? Il reato sarà in prescrizione.

«Eh, ma non vorrei, con questa mia vanteria, né sminuire il Maestro né deludere quel ricco signore».https://www.vanityfair.it/show/cinema/2020/08/14/paolo-dagosto