Paulo Dybala, la vita in un istante

Gli insegnamenti del nonno, il passato da scacchista, il calciatore che è oggi, lo sposo che sarà domani. Il calciatore riavvolge il nastro della sua storia. E la racconta, senza filtri, in un minuto d’orologioQuesto articolo è pubblicato sul numero 46 di Vanity Fair in edicola fino al 17 novembre 2020

In condizioni difficili si può vedere la pasta di un uomo. Paulo Dybala risponde alla nostra videochiamata nel retro del negozio Daniel Wellington di Torino, brand di orologi per il quale l’attaccante della Juventus è testimonial insieme al campione di football americano Odell Beckham Jr., atleta eccentrico e scostante, tutto il contrario di lui. Ha appena finito di presentare il nuovo modello Iconic Link, a distanza di sicurezza da un gruppo di tifosi che lo acclamano nonostante il momento sportivo non esaltante (si parla da settimane di una possibile cessione e l’intesa con mister Pirlo non sembra decollare).

La linea del collegamento è tremenda. E lui, per quanto si sforzi, fatica a comprendere le domande. Ma al posto di spazientirsi si sporge ogni volta sul telefono per farsi ripetere le cose. E con carineria non scontata le ripete lui stesso, quando la sua voce arriva a scatti ed è poco comprensibile. Viene da pensare che la fama e i milioni non abbiano intaccato lo spirito gentile di questo argentino di 27 anni, orfano di padre, cresciuto in un ostello per atleti, nipote di immigrati polacchi (il suo nome andrebbe pronunciato Dibˆua ), in Italia dall’età di 18 anni e fidanzato con la cantante argentina Oriana Sabatini, figlia di attori e artisti.

Da cinque anni punta della Juventus, da tre al fianco della

cantante Oriana Sabatini, da uno testimonial del brand

di orologi Daniel Wellington. L’anno prossimo, si vocifera,

potrebbero accadere due cose a Paulo Dybala: un cambio

di squadra e un erede in arrivo. Tempismo perfetto.

 

Quando Paulo si tocca il mento, dopo un goal, vuol dire «Tiamo», ed è dedicato a lei. Quando con pollice e indice ricrea la maschera del mirmillone, il suo gladiatore preferito, significa che il tempo delle scuse è finito, ed è ora di combattere.

Si dice che sia un ottimo giocatore di scacchi.

«Vero, me la cavo bene. Fino all’età di 18 anni ho anche partecipato a diversi tornei nella mia città, Cordoba».

Vinceva?

«Quelli provinciali sì. Poi ho fatto il salto a livello nazionale e ho conquistato un buon secondo posto. Quindi hanno cominciato a farmi sfidare giocatori più grandi e spesso, purtroppo, sono stato eliminato a metà percorso».

Gioca ancora?

«Se trovassi qualcuno con cui farlo, lo farei».

Che scacchista era: cattivo, attendista, opportunista?

«Sono paziente, studio le mosse dell’avversario e gli faccio male quando posso».

Nella vita invece vuole tutto subito?

«Dipende. Ma in generale sono un tipo che sa aspettare, che sa concentrarsi per fare le mosse giuste al momento giusto. Nel mio lavoro cerco sempre di avere obiettivi a corto raggio, perché sono i più facili da raggiungere. Il mio rapporto con il

tempo, fondamentalmente, è questo».

Sembra anche esserci un rapporto tra l’aspetto dell’orologio Daniel Wellington e il suo: minimalismo, pulizia, quel non nascondersi dietro a nulla.

«È vero, è un brand che rispecchia pienamente il mio stile: per questo ho accettato con gioia di diventarne testimonial».

Una barba da gladiatore le piacerebbe?

«Sì. Il problema è che la barba proprio non mi cresce».

Di che colore sono i suoi occhi?

«La mia ragazza dice celesti. Secondo me, invece, sono verdi».

Da chi li ha presi?

«Dal nonno paterno».

Che era un immigrato polacco arrivato in Argentina senza un soldo e senza un contatto. Cosa sa di lui?

«È morto quando avevo quattro anni. Ma in famiglia si raccontano tante storie: pare che appena arrivato in Sud America abbia dormito due settimane in un campo di grano, morendoci quasi di fame prima di essere salvato da alcuni contadini. Poi, pian piano, ha costruito la sua vita. Io sono orgoglioso di quello che ha creato e degli insegnamenti che ci ha lasciato».

Quali, per esempio?

«Gli stessi che mi ha impartito mio padre: essere responsabili, rispettare la gente, crescere in tutti gli aspetti umani».

Suo padre è scomparso quando lei aveva 15 anni. Che uomo era?

«Un uomo tranquillo, silenzioso, che amava il calcio più di ogni cosa e ha trasmesso la passione a noi fratelli. Ci portava ovunque potessimo giocare, ovunque ci vedesse felici».

Con che auto vi scorrazzava?

«Era un amante delle macchine e le cambiava spesso: Volkswagen, Chevrolet, Volvo. A ogni nuovo acquisto mia madre si arrabbiava, ma lui se le guadagnava con il lavoro e giustamente, a mio avviso, si toglieva le sue soddisfazioni».

Che lavoro faceva?

«Aveva un’agenzia di scommesse in cui si giocano i numeri… Qualcosa di simile al gioco del Lotto qui in Italia».

In cosa gli assomiglia?

«Nella passione per il calcio. Poi, nella riservatezza e nell’amore per le auto, anche se non le cambio spesso quanto lui».

Negli ultimi dieci anni quante auto ha comprato?

«Tre».

Davvero un principiante del lifestyle da calciatore.

«Eh, ma cosa me ne faccio? Siamo spesso in giro per le gare in Europa e in Italia e neppure la potrei usare. In più, la Juventus ci fornisce un’automobile aziendale. L’ultima che ho comprato, la usa la mia fidanzata».

E per cosa spende i suoi soldi, allora?

«Io sto molto attento a spendere, una raccomandazione che mi ripetono sempre i miei familiari».

Come mai ha un gorilla in salotto?

«L’ho trovato a una cena di beneficenza organizzata a Parigi dal mio ex compagno di squadra Blaise Matuidi, per finanziare alcuni progetti di solidarietà in Africa. In vendita c’erano oggetti di valore e altre cose di carattere più affettivo. Io mi sono appassionato a questa scultura di Richard Orlinski, e l’ho acquistata».

È un collezionista d’arte?

«No, è stato il mio unico investimento nel settore».

Cosa colleziona allora?

«Maglie di calcio, ne ho centinaia».

Quelle che vi scambiate a fine partita, intende?

«Anche. Più quelle che mi regalano o che ordino ai miei compagni di Nazionale che giocano all’estero. Senza contare le divise che compro su internet».

Follie?

«Sfiorate. Una casacca di Del Piero, all’asta, mi è sfuggita per un soffio. E una di Maradona indossata in una partita contro il Brasile, che qualcuno ha accettato di pagare più di me».

Prima del ricovero, Maradona stava facendo realizzare una scultura d’oro del suo piede sinistro. La comprerebbe?

«Dipende».

Da cosa?

«Da quanto c’è da spendere».

Diciamo 20 mila euro.

«Per quella cifra, subito. Stavo pagando di più per la sua maglietta numero dieci».

Oltre al gorilla a grandezza naturale, nella sua casa di Torino ha anche un pianoforte.

«È per la mia ragazza. Io riesco a suonare solo canzoni facili, con pochissimi accordi. Principalmente pezzi reggaeton».

Oriana come l’ha aiutata a diventare uomo?

«Riesce a farmi aprire e a farmi vedere ogni giorno le cose in modo diverso. Comunichiamo tanto e facciamo molte cose assieme, anche se ciascuno conserva il proprio spazio. A parte sul divano la sera, quando vediamo un film: lei vorrebbe star sempre abbracciata, io un po’ meno. Stare tutto il giorno appiccicati non va bene».

La sposerà?

«Più avanti».

Le viene mai la paranoia del virus incontrando i tifosi?

«Io il Covid l’ho già avuto e quindi sono tranquillo. Semmai, potrebbero essere loro a preoccuparsi di me».

Le piacerebbe dire qualcosa ai negazionisti del coronavirus?

«Per me hanno lo stesso valore intellettuale di chi sostiene che la Terra sia piatta. E, la prego, non mi faccia aggiungere

altro».

Foto Maki Galimberti.

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