Pierluigi Giuliani e l’Agricoltura Moderna: «Ci vuole un seme»

Ma per sperimentare l’agricoltura del futuro ci vuole anche un sogno. Come quello che hanno realizzato questi due ragazzi scommettendo sulla coltivazione verticale, tecnologica e rispettosa dell’ambientePierluigi Giuliani e l’Agricoltura Moderna: «Ci vuole un seme» Pierluigi Giuliani e l’Agricoltura Moderna: «Ci vuole un seme» Pierluigi Giuliani e l’Agricoltura Moderna: «Ci vuole un seme» Pierluigi Giuliani e l’Agricoltura Moderna: «Ci vuole un seme» Pierluigi Giuliani e l’Agricoltura Moderna: «Ci vuole un seme» Pierluigi Giuliani e l’Agricoltura Moderna: «Ci vuole un seme» Pierluigi Giuliani e l’Agricoltura Moderna: «Ci vuole un seme» Pierluigi Giuliani e l’Agricoltura Moderna: «Ci vuole un seme» Pierluigi Giuliani e l’Agricoltura Moderna: «Ci vuole un seme» Pierluigi Giuliani e l’Agricoltura Moderna: «Ci vuole un seme» Questo articolo è stato pubblicato sul numero 32/33 di Vanity Fair  in uscita il 12 agosto

Mi è sempre piaciuto sognare, ma dai sogni ho imparato che non si fanno mai davvero raggiungere. Ti sembra di afferrarli e quelli si spostano ogni giorno un passo più in là. Per tanti anni ho rimandato una scelta professionale definitiva, cercando qualcosa che toccasse le corde della passione , con un progetto di lungo respiro, proiettato in avanti, come capita appunto ai sogni che non si spengono nella fase embrionale. Ho cambiato idea moltissime volte e compiuto alcuni errori. Poi, a un certo punto, anche se sono certo che ne farò ancora di nuovi perché la curiosità degli errori è parente stretta, ho messo a frutto quelli del passato, capito quanto fosse importante studiare e dato vita a un’idea che adesso, con Benjamin Franchetti, il mio socio, è diventata realtà .

Io e Benjamin abbiamo fondato Agricola Moderna . Lo conosco da tantissimo tempo, ma non eravamo esattamente amici. Lo siamo diventati durante una vacanza in Grecia, abbiamo scoperto di avere in comune tante passioni e, alla fine di quel viaggio, abbiamo deciso di attraversare insieme un altro mare. Il lampo iniziale, creare un progetto che tenesse in piedi agricoltura e sostenibilità, è stato suo . Ma dal primo momento siamo stati una coppia sinergica: lui concentrato sulla parte tecnico-scientifica, io a occuparmi del lato operativo della produzione e dello sviluppo commerciale. Così il resto della tempesta ci ha visti entrambi coinvolti in un turbine che adesso, richiusi gli ombrelli, dopo un anno e mezzo di corse a perdifiato, finanziamenti agevolati, collaborazioni con importanti università e formazione della squadra ideale, ci ha rivelato un orizzonte inatteso.

Ci occupiamo di vertical farming . Una coltivazione indoor che punta a eliminare la chimica, i pesticidi e i fitofarmaci rimpiazzandoli con la tecnologia . Si spreca molta meno acqua e molto meno suolo ottenendo in cambio un impatto ambientale estremamente più basso, un prodotto controllato che, realizzato direttamente presso i punti di consumo, non ha bisogno di essere trasportato e una qualità di base che nel settore tradizionale, nelle serre per intenderci, viene meno. Nel nostro impianto avviene tutto il processo produttivo, dal seme al prodotto confezionato.

È un mercato nuovo e molto difficile, che in Italia è ancora praticamente sconosciuto . Qualche omologo si muove in Europa, in Giappone e in America, altri sono partiti e si sono dovuti fermare perché, anche se si calcola che nel 2022 il fatturato globale delle vertical farming si aggirerà sui sei miliardi di euro, non sempre gli investimenti restituiscono immediatamente un risultato. Sono sincero: quando abbiamo studiato l’intero progetto è stato chiaro, dal primo momento, che avevamo tutta la convenienza a svilupparlo all’estero . Eppure non ci abbiamo pensato un attimo, volevamo fare un’impresa made in Italy . E oggi, sebbene le sue dimensioni siano molto piccole, siamo orgogliosi di avere fatto rientrare qualche cervello italiano emigrato all’estero e di averlo arruolato nella nostra squadra, e di avere realizzato assunzioni non precarie in un momento drammatico per l’economia nazionale e per l’universo del lavoro.

La scelta dell’Italia è stata condizionata anche da un altro fattore: la certezza che siamo nella patria di un’agricoltura, troppo spesso sprecata, ancora centrale rispetto agli altri settori produttivi e con una qualità media molto alta. Siamo stati veloci, ma a me e a Benjamin non è mai sfuggito che il mercato in cui ci muoviamo sia un mercato difficile. Per partire servono soldi, per sperare di affermarsi molti soldi e un po’ di incoscienza. Per adesso facciamo insalate. Insalate croccanti e dai sapori dimenticati di una varietà estranea alla qualità media delle insalate in busta . Domani arriveranno pomodori, zucchine, fragole. Cresceranno al ritmo del nostro sogno. È una rivoluzione che, come ogni rivoluzione, alla fiamma iniziale unisce un piano d’azione. Tantissimi tasselli multidisciplinari, una dozzina di persone impiegate a tempo pieno e la modernità dei cervelli e della tecnica: ingegneri per l’impiantistica, algoritmi per monitorare le piante e per capire cosa devi dar loro al momento giusto, telecamere iperspettrali, energie rinnovabili e poi marketing, certificazione e qualità, tracking, software e un mondo intero che somiglia a quello di Blade Runner raccontato da Ridley Scott.

A oggi il nostro progetto è un pilota e lo scopo è renderlo 20 volte più grande nel giro di un anno. Bisogna guardare in prospettiva: se si osserva questo esperimento con il recinto dello sguardo inchiodato al presente ci si inganna. Bisogna guardare oltre, guardare all’agricoltura di domani . Metterci l’occhio sapendo che qualsiasi avventura imprenditoriale basata sulla mera speculazione somiglia a un errore gravissimo. Noi guardiamo al futuro per dimostrare in senso non solo ideologico, ma economico, che una speranza esiste. Ce la faremo? Non lo sappiamo. Siamo consapevoli che non cambieremo il mondo né lo salveremo, ma sappiamo anche che senza un’assoluta attenzione all’ambiente il termine «domani» resterà una parola priva di senso, di futuro, di orizzonte.

Foto: Marco Garofalohttps://www.vanityfair.it/vanityfood/food-news/2020/08/20/pierluigi-giuliani-e-lagricoltura-moderna-ci-vuole-un-seme