Powercoders, così si programma l’integrazione

A Torino è iniziato il primo corso italiano di programmazione informatica per ragazzi rifugiati: ecco come il lavoro diventa uno strumento di integrazioneIl processo di selezione Il metodo I primi risultati Dopo il corso Provenienza Oltre alla formazione «Non ricordo di aver mai incontrato in vita mia la dignità che ho visto in questi in ragazzi». C’è un po’ di emozione nella voce di Matteo Antony Mistretta quando pronuncia queste parole. Fa riferimento agli studenti di Powercoders Italia  cioè  il primo corso italiano di programmazione informatica destinato a studenti con lo status di rifugiati, di cui coordina le attività didattiche.

Si parla molto di migrazioni, ma in pochi sanno cosa sia esattamente un rifugiato . Abbiamo delle vaghe idee, sì, spesso modellate da film o dai mezzi di informazione. Ma un rifugiato altro non è che una persona che fugge da un Paese in cui la sua vita è in pericolo per diversi motivi e che trova protezione, rifugio per l’appunto, in un’altra grazie alla mediazione delle Nazione Unite.

Peccato che nel nuovo Paese spesso non siano sempre tutte rose e fiori. Sarebbe fantastico pensare che essere un immigrato non abbia delle conseguenze sociali, ma purtroppo così non è. « Powercoders nasce dalla necessità di risolvere due problemi. Il primo è che i rifugiati in Italia aumentano ogni anno (189.000 solo nel 2018); molti di essi portano con sé un background di studi importante, sono motivati e pronti a ricominciare una nuova vita in un nuovo Paese, ma per diversi vari motivi si ritrovano a essere non integrati e a svolgere mansioni che non rispettano i loro studi » spiega Francesco Ecclesie , a capo del progetto Powercoders Italia .

E così succede che fra questi ragazzi ci sia, per esempio, un ingegnere minerario. «I loro titoli di studio non sono riconosciuti nel nostro Paese» prosegue Mistretta. «Questo ragazzo sta rifacendo l’università in Italia . Tutti loro hanno dovuto sostenere l’esame di licenza media e uno di italiano per poter accedere al bootcamp».

Si tratta proprio di questo, di un bootcamp perché i ragazzi selezionati prendono parte a un corso super intensivo di programmazione informatica. Otto ore al giorno per cinque giorni alla settimana suddivise fra mattinate di lezioni frontali e pomeriggi di esercitazioni. E non è casuale neanche la scelta del luogo in cui si sviluppa il progetto: Toolbox è uno dei centri dedicati all’innovazione nel mondo del lavoro di Torino e il fermento delle sue attività può agevolare il processo di integrazione.

Questi ragazzi, molti dei quali hanno ancora un italiano insicuro, non apprendono soltanto come programmare, ma ricevono anche lezioni di soft skill , che spaziano da quelle relazionali a workshop su come affrontare lo stress o scrivere un curriculum.

Il progetto ha la potenzialità di diventare sostenibile dal punto di vista economico . «Q uando questi ragazzi troveranno un lavoro, se lo vorranno, potranno donare al programma una minima parte del loro stipendio. In questo modo, Powercoders potrebbe arrivare ad autosostenersi nel tempo » ci spiega Virginia Antonini che è a capo del settore sostenibilità di Reale Group, uno dei sostenitori del progetto insieme a realtà come Compagnia di San Paolo, Fondazione Italiana Accenture e Lenovo.

Viene da domandarsi perché proprio la programmazione informatica . La risposta è banalmente nel mercato del lavoro. «I n Europa nel 2018 c’erano circa 106mila posizioni aperte destinate ai programmatori; di queste, circa il 30% è rimasto scoperto per molto tempo ».

Powercoders Italia ripropone nel nostro Paese un progetto già attivo in Svizzera da diversi anni. L’idea sembra funzionare se si guardano i numeri: dei 130 studenti formati finora in Svizzera il 97% ha trovato uno stage dopo il corso e il 60% un lavoro stabile.

Ebtehal è una delle due studentesse che prende parte al Powercoders italiano. Ha 29 anni ed è dovuta fuggire dalla Libia per il ruolo che il padre ricopriva nell’entourage di Gheddafi. Dopo la caduta del politico libico, la sua vita non deve essere stata semplice, ma i suoi profondissimi occhi scuri emanano un’energia vitale contagiosa. Ti strappa un sorriso a prescindere, Ebtehal. Con una semplicità incredibile riconosce che «la protezione internazionale ti fa sentire al sicuro in certe circostanze».

Quando deve descrivere con un aggettivo il programma sceglie promising , che in inglese – lingua che parla perfettamente – significa proprio promettente . Lei lo può dire con una certa sicurezza perché ha controllato i risultati delle esperienze svizzere e sa che in qualche modo questo progetto può garantire un’opportunità di lavoro.  E conclude: «l’istruzione è il miglior strumento di integrazione per i rifugiati millennial e penso che Powercoders sia il miglior esempio di questa teoria».

(Foto: © Giada Joey Cazzola).

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