Rosanna, convertita all’islam: «Lasciate in pace Silvia Romano»

Silvia Romano è stata colpita da insulti e parole d’odio appena rientrata a casa, solo perché ha detto «mi sono convertita». Ne abbiamo parlato con due donne musulmaneL’arrivo di Silvia Romano in Italia L’arrivo di Silvia Romano in Italia L’arrivo di Silvia Romano in Italia L’arrivo di Silvia Romano in Italia L’arrivo di Silvia Romano in Italia L’arrivo di Silvia Romano in Italia L’arrivo di Silvia Romano in Italia L’arrivo di Silvia Romano in Italia L’arrivo di Silvia Romano in Italia L’arrivo di Silvia Romano in Italia L’arrivo di Silvia Romano in Italia L’arrivo di Silvia Romano in Italia «Questa quarantena non ci ha insegnato niente» . Rosanna ha 32 anni, vive ad Avellino ed è un’esperta di studi islamici, impegnata nel dialogo interreligioso e mediatrice culturale. Si è convertita all’islam dopo essere entrata in contatto diretto con la religione musulmana mentre era in Siria per studiare la lingua araba. Anche lei, come Silvia Romano , è scesa dall’aereo con il capo coperto dal velo e ad accoglierla ha trovato i sorrisi dei suoi genitori, che non la vedevano da quattro mesi. «Erano felici di vedermi ma l’impatto è stato forte per loro. Cercavano di capire e mi chiedevano quanto tempo dovessi tenerlo al giorno».

Silvia Romano aveva un sorriso così grande che è uscito dalla mascherina indossata per la pandemia. I suoi occhi parlavano d’amore e di sofferenza. Quella che solo lei conosce e che non è obbligata a raccontare. Mentre abbracciava sua madre, indossano un abito musulmano, i leoni da tastiera si sono scatenati su di lei, al punto che oggi si sta valutando se darle una scorta. «Questo mi ha profondamente delusa», ci racconta Rosanna al telefono. «Tutta quell’odio ha dimostrato che abbiamo già dimenticato questo periodo che speravo ci avesse aiutato a cambiare strada . Invece commettiamo sempre gli stessi errori». Quell’aggressività che sfocia in discriminazione Rosanna la conosce bene.

«Quando mi sono convertita ero una studentessa universitaria. Mi colpì molto che proprio persone che studiavano come me il mondo arabo islamico, costruirono una serie di discorsi di pregiudizio e anche di sospetto su di me. Le reazioni sono state molto diversificate, c’è chi mi ha accolto senza fare troppe domande ma ci sono anche amiche che hanno smesso di rivolgermi la parola. Abbiamo un po’ di convinzioni su ciò che è bene e male, quindi se a 20 anni non ti piacciono le discoteche sei automaticamente una repressa».

Da quando Silvia Romano ha comunicato di essersi convertita all’islam e di aver cambiato il suo nome in Aisha, il dibattito pubblico si è concentrato su una domanda principale: «È stata una sua scelta o è stata obbligata?». I metodi dei terroristi di al-Shabab sono noti . È come cadere nelle mani di Boko Haram in Nigeria (ricordate le foto delle oltre cento studentesse rapite e poi velate che hanno fatto il giro del mondo?) e spesso la conversione all’islam è l’unica via d’uscita alla violenza e alla morte. Ma tutto questo fa parte del vissuto di Silvia, che sottolinea di non essere stata obbligata e sarà lei, se mai lo vorrà, a raccontare.

«L’esperienza di conversione, quindi fede e scelta di un cammino, è un’esperienza non solo complessa ma soggettiva» , continua Rosanna.  «È  qualcosa che dipende molto dalle circostanze, dal proprio background. È talmente un’esperienza profonda e complessa che anche da parte di chi la vive c’è una necessità di elaborazione e comprensione. Non può essere paragonata a una scelta, come quella del vestito o del lavoro che voglio fare. È un processo che appartiene al mondo spirituale».

La vita di Rosanna, cresciuta in una famiglia di testimoni di Geova è da sempre permeata dalla religione. «Sono stata abituata al contatto con il divino e la conoscenza approfondita della Bibbia e dei vangeli. A 18 anni ho abbandonato questa strada perché non era più il mio linguaggio spirituale e per un lungo periodo di tempo ho chiuso con la mia spiritualità. Allo stesso tempo studiavo l’islam perché mi ero iscritta all’Orientale di Napoli, m’incuriosiva molto capire di più dell’islam di cui tanto si parlava male, anche perché le persone musulmane che conoscevo erano piuttosto serene» . Così Rosanna si è avvicinata al Corano e alla pratica religiosa, la preghiera. «Recitare il corano in lingua araba è una pratica che ha grandissimi benefici psicofisici, oltre alla connessione spirituale che non può e non deve essere spiegata». Ma tornata in Italia, Rosanna, che ha scelto d’indossare il velo, ha dovuto affrontare le difficoltà di essere donna e musulmana.

«Da noi donne italiane ci si aspetta un certo comportamento, una certa estetica.  Non siamo poi così liberi perché appena qualcuno fa qualcosa di più autonomo c’è sempre un altro che punta il dito e sulle donne ancora di più. Abbiamo un tasso di giudizio spietato che dovrebbe farci riflettere. Fa male vedere una donna, dover subire parole così pesanti. Tutta questa vicenda ci fa capire quanto siamo aggressivi, violenti, spietati, interessati alle cose futili perché non ci dovrebbe interessare nulla di lei se non la gioia che ha provato nel rivedere i suoi cari».

Un odio che anche Sumaya Abdel Qader , a cui sono arrivate perfino minacce di morte per il suo credo religioso. Dopo dopo 41 anni di vita in Italia, Paese in cui è nata da genitori giordano-palestinesi, e dove si è sposata, laureata per tre volte (in Biologia, in Mediazione Linguistica e Sociologia) e diventata mamma di tre bambini, deve ancora battersi per uscire di casa indossando il velo senza essere additata come una terrorista o qualcosa di simile.

«Quando ho visto Silvia scendere con il capo coperto anche io sono rimasta colpita. Mi sono chiesta cosa fosse successo . Quello indossato da Silvia non è l’abito tradizionale islamico com’è stato erroneamente detto da molti. Io sono musulmana e non mi vesto così. Oggi si è sviluppato il modest fashion che corre molto più dietro alla moda e valorizza le donne. Quello indossato da Silvia appartiene certe frange salafite che hanno quel genere di abbigliamento che non è neanche quello tipico somalo . Il suo è molto recente ed è arrivato a coprire l’abito tradizionale somalo delle donne. Forse è semplicemente quello che aveva intorno, non è detto che abbia aderito a quel mondo dell’islam più rigido e restrittivo». Dettagli che, come sottolinea Sumaya Abdel Qader appartengono solo a Silvia. «Il mondo dei convertiti è estremamente eterogeneo e complesso. Certo è che convertirsi non è facile, non è un percorso naturale che viene spontaneo se non dopo percorso lunghi anche laceranti e dolorosi internamente, come lo è stato per me». E come sarà stato anche per Silvia Romano. Ma questa è una storia solo sua.

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