Smart working, l’avvocato risponde

Ma lo smart working è davvero smart? Che differenza c’è tra smart working e telelavoro? Risponde Angelo Zambelli, esperto in Diritto del lavoroDopo due ora hai già mal di collo e schiena Vade retro cervicale Resta collegata Non distrarti, fai una to do list Luci, aroma e musica Non senti/vedi bene durante le audio/video call Audio al top Non sottovalutare la sicurezza Non lavorare sul divano, a letto o scomposta A fine giornata ti bruciano gli occhi Proteggiti e guarda fuori dalla finestra Si è rotto? I recenti avvenimenti hanno assurto agli onori della cronaca il concetto di lavoro agile, anche detto smart working . Nel termine inglese, ci stava quello smart , che voleva sottolineare un concetto di lavoro «evoluto», privo di vincoli di luogo e di tempo, per favorire la conciliazione dei tempi vita-lavoro dei propri dipendenti.

Nell’emergenza Covid-19, però, lo smart working ha rappresentato per molti l’unico modo per proseguire il proprio lavoro e diciamo che ha perso la sua patina «smart», mostrando anche i lati più problematici? Quando inizia e quando finisce una giornata di lavoro? È giusto che si usino i propri strumenti di lavoro o dovrebbero essere forniti dall’azienda? L’avvocato Angelo Zambelli, Co-Managing Partner dello Studio Legale Grimaldi ci ha aiutato a fare chiarezza.

Che cos’è lo smart-working?

« Lo smart-working costituisce una modalità di svolgimento della prestazione lavorativa da remoto che, salvo diverso accordo tra le parti, riconosce al dipendente un’ampia e autonoma facoltà di scelta del luogo e dei tempi per lo svolgimento delle proprie mansioni. L’abbattimento dei vincoli di luogo e di orario, normalmente caratteristici del rapporto di lavoro subordinato, non è tuttavia incondizionato, ma deve essere attuato dalle parti tenendo conto delle specifiche esigenze aziendali oltre che nel rispetto dei limiti di durata massima di lavoro giornaliero e settimanale».

Quali sono le differenze tra smart-working e telelavoro?

«In questo ultimo periodo si tende spesso a confondere i concetti di telelavoro, anche detto home-working , e di smart-working che, in realtà, hanno sostanziali differenze. Li accomuna in effetti l’analogia dello svolgimento della prestazione lavorativa a distanza e in un luogo collocato al di fuori dell’organizzazione aziendale. Ma sono due tipologie di lavoro molto differenti fra loro. Con il termine telelavoro si fa riferimento allo svolgimento di una prestazione lavorativa effettuata al di fuori dell’azienda, ma che ben potrebbe essere svolta nei locali dell’impresa. Pertanto, il luogo dello svolgimento della prestazione pur essendo “fisso”, al pari di quello degli altri dipendenti, è individuato in un luogo specifico esterno (es. abitazione del dipendente o altro luogo predeterminato). Per converso, con il termine smart-working si fa riferimento allo svolgimento della prestazione lavorativa in luoghi che di norma non sono sempre predeterminati dalle parti ma sono selezionati sulla base della libera scelta o delle specifiche necessità del prestatore di lavoro e che, al più, possono essere circoscritti su accordo delle medesime secondo limitazioni che servono normalmente a salvaguardare la sicurezza del dipendente ovvero la privacy e la tutela dei clienti e delle informazioni aziendali».

Ma lo smart-working è davvero smart ?

«Il “lavoro agile” (traduzione legislativa non proprio felice) si sostanzia nell’utilizzo e nell’implementazione in ambito lavorativo di alcuni strumenti (ad es: smartphone, tablet , cloud , software per videocall e/o conferencecall , etc) spesso già utilizzati in ambito privato dalla maggior parte della popolazione e che sono già da anni utilizzati frequentemente nelle aziende e nelle realtà professionali di maggior prestigio e respiro internazionale. In generale, se è vero che il lavoro agile rappresenta una modalità più smart di svolgere la prestazione lavorativa, è tuttavia bene tenere presente che quello che oggi milioni di persone stanno forzatamente sperimentando per il coronavirus non può invero essere considerato un vero e proprio esempio di smart-working quanto, piuttosto, una forma (spesso stressante) di “forzato” telelavoro, caratterizzato spesso da: postazioni di lavoro inadeguate, collocate magari in parti dell’appartamento non idonee, spazi in condivisione con congiunti, bambini, parenti e animali che magari non permettono al lavoratore di concentrarsi adeguatamente sull’attività lavorativa, conferenze telematiche improvvisate e di frequente gestite da soggetti che sinora avevano gestito gli strumenti tecnologici aziendali con l’ausilio del tecnico informatico senza il quale si sentono perduti».

Computer, telefono e strumentazione varia devono essere di proprietà del dipendente o dell’azienda? Chi deve supportare i costi, per esempio, della linea linea telefonica o del wi-fi ?

«La disciplina del telelavoro prevede in modo chiaro che, salve le ipotesi di diverso accordo ovvero di uso di strumenti propri da parte del telelavoratore, il datore di lavoro è responsabile della fornitura, dell’installazione e della manutenzione degli strumenti per lo svolgimento del telelavoro oltre all’obbligo, in caso di telelavoro svolto con regolarità, di provvedere “alla compensazione o copertura dei costi direttamente derivanti dal lavoro, in particolare quelli relativi alla comunicazione “. Identica chiarezza non si individua nella disciplina dello smart-working che, in modo non altrettanto esaustivo, prevede il solo e generico obbligo per il datore di lavoro di garantire la “sicurezza” e il “buon funzionamento degli strumenti tecnologici assegnati al lavoratore per lo svolgimento dell’attività lavorativa “, rimandando sostanzialmente all’accordo fra le parti. Il riferimento normativo a strumenti che devono essere “assegnati ” al lavoratore per svolgere le proprie mansioni, lascia ritenere che anche in caso di smart-working il datore di lavoro sia tenuto a sopportare gli oneri economici connessi alla prestazione svolta dal dipendente in regime di smart-working e a ritenere pertanto che anche la linea wi-fi casalinga eventualmente utilizzata dal dipendente possa essere ricompresa tra i detti “strumenti” se per caso non fosse già installata. Ciò osservato, allo stato delle cose, data la situazione di grande emergenza e altresì del poco regolato “automatismo” del passaggio allo smart-working implementato dal Governo nei Decreti Presidenziali d’urgenza, probabilmente nei singoli casi non c’è stato neppure il tempo e l’opportunità di verificare e regolare aspetti importanti ma pur sempre secondari rispetto alle criticità che la situazione ha imposto a tutto il mondo del lavoro: in una situazione di normalità, tanto più ricordata la necessità di un accordo scritto, saranno le parti che regoleranno compiutamente tutti gli aspetti, anche economici, di tale modalità. Vero è che, come sempre accade, se c’è un reale interesse aziendale a questa forma di prestazione a distanza, il datore dovrà farsi carico di quella parte di costi strutturali che eccedono il mero uso domestico».

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