Tra due vertigini

È lì che si trova Fregene, sospesa tra passato e futuro. Come ci racconta un grande sceneggiatore che ne ama tutte le sue contraddizioniQuesto articolo è stato pubblicato sul numero 32/33 di Vanity Fair Italia in edicola fino al 25 agosto

È l’alba. Davanti a uno stabilimento, sul lungomare di Fregene, un ragazzo dorme sdraiato per terra, con la testa appoggiata alla ruota della sua Harley-Davidson. Intorno a lui un piccolo cimitero di lattine di birra vuote. Il ragazzo riapre gli occhi. Mi vede che passeggio solitario. Sorride e mi dice con voce impastata: «So’ rimasto a respira’ l’odore dei pini…».

È vero. A Fregene c’è ancora l’odore dei pini. E c’è il mare. Che all’alba sembra dipinto da un macchiaiolo. Un pescatore guarda passare dei tizi a cavallo, sulla spiaggia, che approfittano dell’ora per non essere inseguiti dai vigili. Se non fosse per quell’altro tizio, un pensionato in canotta, che fa il suo jogging all’amatriciana, un po’ Bordin e un po’ Paolo Panelli, la spiaggia di Fregene potrebbe essere Malibù. Che spettacolo questo mattino limpido, questa sabbia fresca, questo silenzio nemmeno sfiorato dal vento.

Fregene, a venti chilometri da Roma, vive in bilico tra due realtà: quella del ricordo e quella del presente. Due vertigini che si mischiano in perfetta sincronia. C’è la Fregene di Fellini e Flaiano, rifugio dell’anima di una generazione che ha segnato il nostro immaginario. C’è il Villaggio dei Pescatori dove rivedo le casette di Gillo Pontecorvo, quella di Alberto Moravia e quella affascinante di Jacques Sernas. E a raffica le dimore di Lina Wertmüller, di Nanni Loy, di Ettore Scola, del grande sceneggiatore Solinas. E quella un po’ nascosta di Marcello Mastroianni in fuga tra le braccia della fidanzata di turno. La sera tutti a cena da Mastino, trasformando il cinema di sinistra in un mestiere alle vongole. Lì dove Walter Chiari faceva notizia prendendosi a schiaffi con qualche diva di Hollywood. C’è la Fregene Nord dei costruttori romani, dei villoni, delle ragazzine dei Parioli con la puzza sotto il naso. C’è Villa dei Pini, il Grand Hotel della memoria, con la sala da pranzo sotto i pini, appunto. C’è quel senso di magia della messa in pineta, delle lunghe corse in bicicletta nei viottoli in terra battuta. C’è il fiume Arrone, un torrente a metà strada tra Pasolini e Gomorra. C’è quel frinire delle cicale, dei grilli, le dune a ridosso della spiaggia, fitte di canne e vegetazione mediterranea.

Esiste anche la Fregene autenticamente artistica. Quella frequentata dai maestri Giulio Turcato, Tano Festa, Mario Schifano, Mario Ceroli. Perché Fregene ispira i sensi delle sfumature cromatiche. Traccia geometrie figurative nella mente di chi guarda il mondo per raccontarlo o lasciarlo su una tela.

Fregene in bilico nella memoria collettiva. Quel gusto anni ’50, travasato dai ricordi degli anni ’30 e ’40. Poi l’esplosione degli anni ’60. Tanto che insieme a mio fratello l’abbiamo infilata nel nostro film Sapore di Mare al posto di Forte dei Marmi. È la magia del cinema: Forte dei Marmi raccontata, per mancanza di budget, con le villette e le stradine e le spiagge di Fregene. Uno stupefacente falso d’autore. La pineta di Fregene. Monumentale, viene definita. Con i suoi pinoli diventati Patrimonio dell’umanità. L’odore di resina. Il sottobosco intricato che riporta l’olfatto a un mondo più pulito e sincero. Ma anche teatro di scampagnate feroci, rifugio dei fagotti d’antan…

Poi c’è la Fregene del presente. Un cafonal che si è fatto largo negli anni. La main street, che non sembra uscita da un quadro di Hopper, è tutto un brulicare di biciclette, cani, tricicli e centauri rombanti che fanno lo struscio. Non è la Croisette e nemmeno viale Ceccarini. È una fotocopia strapaesana di via del Corso, con ragazze in tanga, zoccoloni, labbra viola e piccoli fusti di periferia coi capelli rasati. I mariti si divertono a fare la spesa dal fruttivendolo. Toccano i cocomeri con fare da intenditori. Poi arrivano le mogli che urlano: «Ma che cocomero m’hai preso? Pare ’na palla da rugby! Un sercio!». Nelle boutique più in di Fregene Beach, villeggianti in bermuda si provano cerate da velisti, golfoni norvegesi, giacconi da transoceanica, come se fossimo a Cape Cod. Hanno tutti in testa berrettini americani. Qualcuno rigirato. Il villaggio globale che parte da San Diego, in California, è arrivato anche sulle coste laziali.

È mezzogiorno. «Si prega di spostare la Golf targata…», gracchia l’altoparlante di uno stabilimento. Due shampiste si fanno la doccia, tette tatuate al vento, guardate a vista da due Conan di Tor Pagnotta che sibilano dei misteriosi «Ahò…». Una madre ceciona, svestita come nei disegni di Attalo del 1939, insegue il figlio sulla battigia, gridando: «Si te pijo te sfonno!».    Passano dei vu’ cumprà africani. Sono sicuramente i più eleganti, con le loro lunghe mani ossute e l’andatura da gazzella, alla Naomi. Parlano in francese: «Madame… Monsieur…».

Mentre cala la sera, dai giardini delle villette si alzano segnali di fumo. Non sono i Sioux. Sono i forzati del barbecue. Il sogno americano diventa commestibile. Gamberoni, mazzancolle, in un tripudio di odori acri che piombano come una nube tossica nel giardino dei vicini. Urla disperate: «Zia, chiama i pompieri!… Se sta a brucia’ la pineta!…». Il lessico non è quello di Beverly Hills. Tra i villeggianti delle due villette, quella del barbecue e quella affumicata, inizia la guerra dei Roses. «A’ cafoni!… Caciottari!…». E il tutto finisce col repertorio più trito e abusato della commedia all’italiana.

Fregene è ricordo e realtà. È l’Italia double face. La grande bellezza e il grigio del contemporaneo.https://www.vanityfair.it/viaggi-traveller/vacanze/2020/08/14/tra-due-vertigini