Vitamina D: la superstar della prevenzione

Tra le principali alleate del sistema immunitario, la vitamina D è protagonista di ricerche scientifiche dai possibili risvolti straordinari. Esporsi al sole può non bastare ad assicurarsene buoni livelli: i segnali per scoprire le carenze e i consigli per ristabilire l’equilibrioIn questa foto, l’installazione The Weather Project che l’artista danese Olafur Eliasson ha presentato nel 2003 alla Tate Modern di Londra.

Questo articolo è stato pubblicato nel supplemento Health a Vanity Fair N. 22-23 in edicola fino al 16 giungo 2020

Il nostro organismo la ricava dall’esposizione al sole: è dunque probabile che, dopo oltre due mesi di quarantena, in molte persone la concentrazione nel sangue di vitamina D sia al di sotto del valore raccomandato di almeno 30 ng/ml. Ipotesi infelice, se si considera che è ritenuta uno dei principali alleati del benessere. Quali sono le sue principali caratteristiche, e quali i segnali di una carenza? «La vitamina D è un precursore ormonale fondamentale per molte funzioni biologiche», spiega Stefano Manera, specialista in Anestesia e Rianimazione , esperto di medicina integrata, nutrizione e omeopatia. «A parte l’estate, in cui basta esporsi per 20 minuti al sole, anche solo gambe e braccia scoperte, per permettere al nostro organismo di produrre la vitamina D, nel resto dei mesi dell’anno è molto difficile avere dei buoni livelli. Non basta purtroppo fare attività all’aperto, esporsi nelle giornate di sole e mangiare cibi grassi – come il salmone, alcuni latticini o il tuorlo d’uovo – o quelli ai quali sia stata aggiunta la vitamina D. Una carenza può essere causa di diverse patologie, tra cui anche un impoverimento del sistema immunitario: di frequente, infatti, i pazienti che si ammalano di più o che sviluppano sintomi più importanti hanno livelli molto bassi di questa vitamina», aggiunge Manera, che durante l’emergenza Covid-19 è stato sul campo all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo nel reparto di Terapia Intensiva.

«Tra i campanelli d’allarme di una carenza ci sono le malattie infiammatorie e i fenomeni disbiotici, ovvero le alterazioni della flora batterica intestinale . Mi capita spesso di rilevare bassi livelli di vitamina D in pazienti che lamentano malessere e fatica cronica, che non si sentono in forma anche se non hanno sintomi specifici, persone che mi dicono “dottore non capisco cosa mi stia succedendo, ho perso energia, dormo male, digerisco male, non riesco a concentrarmi…”. Altre spie possono essere problemi dermatologici come dermatiti o pelle eccessivamente secca». Una volta accertata la carenza si ricorre all’integrazione che, sottolinea Manera, «varia a seconda delle condizioni iniziali del paziente, va somministrata quotidianamente fino al raggiungimento dei valori ottimali, compresi tra i 60 ng/ml e gli 80 ng/ml, con un valore desiderabile intorno a 100 ng/ml. Per garantirli, è opportuno introdurre per un adulto sano, dalle 3.000 alle 5.000 UI al giorno». Sconsigliata invece l’assunzione di maxi dosi mensili: «Il nostro corpo è stato “progettato” per produrre vitamina D gradualmente, giorno dopo giorno e non attraverso maxi dosi che potrebbero determinare tossicità e alterazioni nel metabolismo del calcio».

Come per ogni integrazione, anche quella di vitamina D va fatta sotto controllo medico: «Si tratta di una sostanza liposolubile che rimane nei tessuti adiposi e il cui accumulo potrebbe dare effetti collaterali come l’ipercalcemia, ovvero livelli elevati di calcio nel sangue. Per contrastare questo effetto indesiderato, negli adulti è consigliabile associare l’assunzione di vitamina K, che lavo- ra nel metabolismo della vitamina D», conclude.

LA VITAMINA INTELLIGENTE

La vitamina D è protagonista di importanti ricerche scientifiche che ne stanno mettendo in luce caratteristiche formidabili, come racconta Antonio Moschetta, ordinario di Medicina interna all’Università Aldo Moro di Bari e ricercatore AIRC. Moschetta ha lavorato per 5 anni in Texas con David J. Mangelsdorf, il biologo che ha scoperto il recettore della vitamina D: «Si sa che la concentrazione di vitamina D nel sangue dipende dall’esposizione al sole, dall’assorbimento, e che valori intorno ai 20 ng/mL sono indice di una sua carenza. Alla fine degli anni ’90, Mangelsdorf ha rivelato un’importante novità: la vitamina D è in grado di entrare nella cellula, attivare un interruttore seduto sul Dna (il suo recettore), permettendo così l’accensione di geni target dotati di attività specifiche. Questa scoperta ha permesso di comprendere dei meccanismi fondamentali, primo fra tutti che l’interruttore non solo è presente ma è identico in tantissime cellule del nostro organismo, come quelle dell’intestino, dell’osso, del macrofago dell’infiammazione. La notizia forse più interessante, però, è che si tratta di un meccanismo altamente intelligente, in quanto è in grado di accendere geni specifici per ogni tessuto. Nel colon, l’interruttore accende geni che a loro volta agiranno su una serie di proteine utili a liberarci dai composti tossici, favorendo la pulizia dell’intestino. Nell’osso, agisce aiutando la ricalcificazione; nel rene, ha un ruolo nel produrre un ormone cir- colante, l’FGF 23, che gioca un ruolo importante nella insufficienza dell’organo».

Tra le virtù di questa vitamina, c’è inoltre quella antiinfiammatoria: «La vitamina D è in grado di intervenire sui macrofagi monociti, cellule che normalmente circolano nel nostro organismo. In caso di tumore, queste cellule vengono attirate nei pressi del tessuto tumorale dove formano il microambiente (l’ambiente in cui il tumore si sviluppa, ndr ) che stiamo tuttora studiando in quanto può favorire la crescita del tumore stesso». Studi importantissimi che tuttavia non devono creare equivoci, sottolinea Moschetta: «La scienza non ha certezza che riempirsi di vitamina D possa proteggere dal cancro. Tuttavia, è certo che mantenere delle concentrazioni circolanti ottimali di vitamina D è fondamentale per favorire l’attività fisiologica e costante del suo recettore, attivando così meccanismi virtuosi che aiutano l’organismo ad ammalarsi meno o a reagire meglio alle aggressioni».

Tra i tanti effetti interessanti dell’interruttore della vitamina D, c’è anche quello sull’adipogenesi, ovvero la formazione di cellule di grasso. L’adipogenesi è un meccanismo di cui la natura ci ha dotati per permetterci di conservare energia, ma che, se alterato, può dare luogo a patologie dismetaboliche, ormonali e lipidiche. «Fattori come l’accumulo di grasso addominale e l’ipertensione favoriscono gli stati infiammatori. Oggi sappiamo che la carenza di vitamina D spesso si associa a quadri dismetabolici caratterizzati da girovita importanti – al di sopra di 82 cm nelle donne e 88 negli uomini – intolleranza glucidica, glicemia a digiuno più alta. Gli esperimenti condotti in laboratorio ci dicono che il recettore della vitamina D è in grado di bloccare la formazione di cellule adipose e, quindi, di portare potenziali benefici per quanto riguarda le patologie citate. Sebbene sorprendenti, queste scoperte non si possono traslare direttamente sull’uomo, sarebbe sbagliato diffondere messaggi come “prendi tanta vitamina D così non ti viene la pancia”. Quello che è importante, invece, è capire perché certe persone sviluppano patologie di cui la carenza di vitamina D può essere un segnale, comprendere le ragioni per cui a un certo punto il nostro organismo non si trova più in equilibrio e sfocia nella malattia. Pertanto, se non abbiamo abbastanza vitamina D in circolo forse la prima, fondamentale domanda da porci è: perché? La risposta spesso sta nelle nostre abitudini. E quindi ripensare il nostro stile di vita al fine di ritrovare l’equilibrio perduto si rivela la prima soluzione a cui ricorrere».

RICERCHE AL TOP

Antonio Moschetta ha ricevuto riconoscimenti internazionali tra cui il Richard Weitzman Award a Chicago, il Rising Star in epatologia a Vienna e l’European Lipid Award a Göteborg. È autore dei best seller Il tuo metabolismo e L’intestino in testa (Mondadori).https://www.vanityfair.it/benessere/salute-e-prevenzione/2020/06/14/vitamina-d-la-superstar-della-prevenzione