We are who we are: quello che indossiamo è un mezzo per comunicare noi stessi

Dopo settimane di hype, lo scorso weekend sono finalmente uscite le prime due puntate di We are who we are, la mini serie firmata da Luca Guadagnino che ha iniziato a far parlare di sé ancor prima di manifestarsi su Sky. Ambientata in un’immaginaria base militare americana sul suolo italiano (come ce ne sono di […]Dopo settimane di hype, lo scorso weekend sono finalmente uscite le prime due puntate di We are who we are , la mini serie firmata da Luca Guadagnino che ha iniziato a far parlare di sé ancor prima di manifestarsi su Sky.

Ambientata in un’immaginaria base militare americana sul suolo italiano (come ce ne sono di diverse nel nostro paese), la serie segue le storie dei personaggi che abitano questo non-luogo e, in particolare, di due adolescenti: Fraser , il nuovo arrivato, che da New York si è trasferito alla base con sua sorella e le sue due mamme, e Caitlin , la sua vicina di casa.

Se è vero che due puntate sono ancora poche per parlare in maniera esaustiva dei temi della serie, ce n’è uno in particolare che sicuramente non vi sarà sfuggito ed è quello della fluidità di genere dei due protagonisti , che nei primi episodi viene rappresentato soprattutto dal punto di vista della libertà di espressione del proprio corpo attraverso i vestiti.

In un ambiente conservatore e conformista come quello di una base militare, Fraser e Caitlin risaltano immediatamente all’occhio perché sono gli unici che scelgono di non uniformarsi. Il loro vestiario diventa da subito un mezzo di espressione della loro ricerca interiore, un modo per esplorare il rapporto con il proprio corpo e la propria immagine fuori dalle convenzioni imposte. Un modo che, a prescindere dal sesso e dall’identità di genere, ognuno di noi dovrebbe vivere con libertà, fuori da costrizioni imposte dall’esterno. Eppure, sappiamo bene che spesso non è così.

Sin dall’inizio, Fraser viene giudicato senza mezzi termini per il suo stile eccentrico, considerato poco virile (nella prima puntata lo vediamo con un pantalone leopardato, mentre nella seconda indossa un gilet con fiori colorati), mentre Caitlin , che desidera vestire abiti maschili e farsi chiamare Harper , è costretta a nascondere la propria identità dallo sguardo bigotto di alcuni membri della sua famiglia, che vorrebbero negarle questa libertà. Non serve vivere in una base militare per aver provato queste sensazioni sulla propria pelle almeno una volta e aver sentito il peso dei giudizi altrui sul modo di esprimere la nostra immagine.

Mentre gli altri, però, identificano il loro modo di vestirsi come un problema, una deviazione dalla norma, per i due protagonisti diventa invece un mezzo per riconoscersi e ritrovare, l’uno nell’altra, lo stesso tipo di fluidità, la stessa impellente necessità di esplorare se stessi fuori dai contorni predefiniti di ciò che gli hanno sempre insegnato su di loro.

L’abito non fa il monaco, è vero, ma i due protagonisti di We are who we are ci insegnano che scegliere di vestirci come vogliamo spesso non è una questione di stile, ma una conquista intrinsecamente connessa alla libertà di espressione del nostro corpo e del modo in cui scegliamo di vivere. In contrasto con le rigide norme dell’ambiente militare, letteralmente basato sull’appartenenza a una divisa, Fraser e Caitlin scelgono di cercare se stessi fuori dalle convenzioni e dalle norme, e ci invitano a fare lo stesso.

Sappiamo ancora molto poco sul percorso che caratterizzerà le storie dei due protagonisti, ed è bello così. Il telefilm di Guadagnino ci invita ad abbracciare ciò che non conosciamo e a scoprire, passo dopo passo, qualcosa di più su noi stessi, senza limiti e pregiudizi.

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